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Padoan: «Niente allarmi sugli swap dello Stato»

I derivati statali firmati negli anni scorsi e collegati al debito pubblico italiano sono «un’eredità che va gestita» ma che «non deve preoccupare». Parola del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che anche ieri ha fatto sentire la propria voce per difendere Maria Cannata, direttrice del Debito pubblico al Tesoro e secondo Padoan «attaccata in modo ignobile» anche sulla base di «numeri assurdi».
I numeri ufficiali sul problema derivati sono stati invece richiamati in Parlamento, sempre ieri, dalla Corte dei conti, convocata in audizione alla commissione Finanze della Camera. Gli swap nel bilancio dello Stato, come scritto in tutte le rilevazioni, valevano a fine anno 160 miliardi (il 9% del debito pubblico), e registravano un mark to market (cioè un valore di mercato) negativo di circa 42 miliardi: il mark to market, rimarca la Corte, è ovviamente un valore negativo “ipotetico”, che lo Stato dovrebbe pagare se volesse estinguere di botto tutti i contratti che ha firmato.
Fin qui è tutto pacifico. Più delicato è il terreno della spesa effettiva che il bilancio statale ha dovuto sostenere negli ultimi anni per onorare i propri contratti in derivati, come già descritto dal Sole 24 Ore del 25 aprile. Dal 2011 al 2014 lo Stato ha registrato un esborso netto di 12,4 miliardi in termini di cassa per via dei derivati finanziari. In più ha registrato un esborso di 4,5 miliardi (in questo caso si tratta di passività nette) riconducibili a rinegoziazioni di derivati.
Sugli swap dello Stato, sottolineano però i magistrati contabili in più punti del documento portato ieri alla Camera, la Corte non può attuare il «controllo preventivo di legittimità», che invece le è riservato quando nella finanza derivata si avventurano Regioni ed enti locali. Solo su questi livelli, quindi, «fino dall’inizio del decennio scorso, la Corte ha sottoposto a un attento monitoraggio il fenomeno montante dei derivati».
Oggi, in realtà, il fenomeno non è più «montante», perché le norme che si sono succedute dal 2008, quando ormai molti danni erano stati fatti, lo hanno limitato fino a congelarlo. In relazione alle dimensioni dei bilanci, però, il peso dei derivati resta decisamente più consistente in periferia che al centro, dal momento che il nozionale degli swap copre il 28,12% del debito regionale e il 19,65% di quello a carico di Province e Comuni. Anche nelle Regioni, lo scambio fra entrate e uscite determinato dalla struttura dei contratti, e dall’abbassamento dei tassi registrati negliultimi anni, è costato parecchio, facendo uscire dalle casse degli enti territoriali 346,7 milioni fra 2011 e 2013 a favore degli intermediari bancari. Scommessa persa anche per le Province (differenza negativa di 99,6 milioni nei tre anni censiti dalle tabelle della Corte), mentre per i Comuni il bilancio è nettamente positivo ma c’è una spiegazione: nel conto pesa la maxi-transazione che nel 2012 ha fatto uscire il Comune di Milano dal processo contro le banche (sfociato in un’assoluzione in appello), mentre se si guarda al solo 2013 anche il conto dei sindaci è in rosso per 58,6 milioni. Milano, comunque, è solo l’esempio più grande di fuga dai derivati, oggi presenti in solo 361 Comuni mentre in altri 119 casi i contratti sono stati estinti o annulati.

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