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Padoan: l’Italia può crescere di più

Il suo messaggio alla comunità internazionale l’ha spedito forte e chiaro, prima di arrivare qui a Washington, dove lo attendeva un G7, tenutosi ieri pomeriggio e con ogni probabilità dedicato a parlare di Grecia e un G20, iniziato nella serata, percorso da qualche tensione sui temi valutari, anche se intonato a un cauto ottimismo sullo scenario dell’economia internazionale. 
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si è fermato a New York per incontrare un gruppo di investitori americani e aggiornali sullo stato d’attuazione delle riforme in Italia. «L’Italia diventerà un Paese diverso – ha sottolineato –. E voi siete i benvenuti». Le riforme, ha assicurato, una volta attuate, cambieranno per sempre il volto del nostro Paese. Per questo il pressante invito è quello di scommettere e investire sull’Italia: «You are welcome» ripete rivolto a investitori e industriali americani, ai quali il ministro non si stanca di spiegare come l’Italia possa crescere di più di quanto non dicano le attuali previsioni, quelle prodotte in patria, con la crescita allo 0,7% quest’anno e dell’1,4% nel 2016 e a maggior ragione di quelle, molto più caute, appena sfornate dal Fmi (rispettivamente, +0,5% nel 2015 e + 1,1% l’anno prossimo).
«Le nostre stime sulla crescita sono simili a quelle dell’Fmi e della Commissione Ue, ma ci aspettiamo che possano migliorare. Sono ancora piccoli numeri – ammette il ministro – ma potranno diventare più grandi». E questo avverrà, spiega, grazie alla «assoluta determinazione» del governo non solo ad andare avanti sulla strada delle riforme strutturali e istituzionali, ma anche di cogliere tutte le opportunità, dopo tre anni di profonda recessione, «di un ambiente oggi più favorevole, grazie a un euro più debole e a una politica più aggressiva della Bce». Del resto,spiega Padoan, «le stime dicono che anche il debito pubblico italiano diminuirà quest’anno e si stabilizzerà dal prossimo. E l’economia non solo cresce, ma si sta stabilizzando. Ed è con la produttività che si può accelerare questa crescita».
Alla ripresa dell’economia, ricorda, arriverà un contributo notevole anche dal capitolo delle riforme istituzionali: «Perché un governo stabile porterà più fiducia, più investimenti, meno costi e più risparmi». Concetti che Padoan ripeterà ai suoi interlocutori nella tre giorni al Fondo monetario internazionale e che il premier Matteo Renzi intende riprendere anche col presidente americano Barack Obama nel corso dell’incontro alla Casa Bianca. «L’Italia viene sempre più vista come un Paese dalle opportunità crescenti, e l’interesse oggi è più forte di un anno fa», racconta il ministro, facendo un bilancio dei suoi incontri newyorkesi a margine di una cena al Plaza Hotel di Manhattan in cui è stato premiato con il Gei Award. «Quello che ci chiedono sono riforme e stabilità politica. E vogliono vedere che le riforme siano realmente messe in pratica». Del resto, un’accoglienza calorosa al nostro paese, pochi minuti dopo le parole severe usate per la Grecia, è arrivata qui a Washington da Christine Lagarde. Il direttore generale del Fmi, ha evitato di rispondere a chi le chiedeva se l’Italia è sulla strada giusta, ma, poi, sorridendo ha scandito, parlando in italiano: «L’Italia va bene!». Insomma, è stata messa immediatamente la sordina a quella discrepanza di vedute che fra i rappresentanti del nostro paese e gli esperti dell’organismo nato a Bretton Woods a proposito delle prospettive congiunturali. Una differenza di punti di vista che il direttore esecutivo per l’Italia del Fmi Carlo Cottarelli ha lasciato chiaramente intendere spiegando che nonostante il ritocchino (nell’ultimo Weo la stima sull’Italia è salita di uno 0,1% rispetto all’anno in corso) gli esperti del Fondo sono fin troppo cauti sul nostro paese. Del resto, in questo momento, con la crisi greca che va in scena sui mercati, l’imperativo è ammorbidire le tensioni: anche quelle inevitabilmente destinate a manifestarsi nel condominio largo del G20, dove le consistenti variazioni del tasso di cambio euro-dollaro verificatesi negli ultimi mesi anche e soprattutto per effetto del Qe deciso a Francoforte hanno fatto inarcare più di un sopracciglio. Il superdollaro, infatti, non preoccupa soltanto gli Stati Uniti ma anche quei paesi emergenti nei quali le imprese che investono realizzano il loro funding in dollari. Gli europei, naturalmente, ribattono che non di vera e propria volatilità valutaria si sta parlando ma di un’oscillazione assolutamente fisiologica e coerente con i fondamentali delle diverse aree del mondo.
Un altro tema del G20, che prosegue quest’oggi, sarà la financial regulation: un argomento che ieri è stato al centro dell’intervento di Andrea Enria, presidente dell’Eba(European banking authority) durante una convegno organizzato dalla Febaf (associazione fra banche e assicurazioni) all’ambasciata italiana. Enria ha sottolineato il notevole progresso compiuto dalle banche europee su questo terreno, evidenziando come il rafforzamento patrimoniale ottenuto nel Continente sia sta più forte di quello conseguito nel dopo-crisi dalle banche Usa; anche se, ha ammesso, questo processo ha richiesto più tempo e ha ritardato l’arrivo della ripresa in Europa.
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