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Padoan difende le riforme: avanti anche con il voto E nel Piano entra il credito

Un esame dello stato di attuazione degli interventi avviati negli ultimi mesi, e un rilancio della «strategia delle riforme» che continua anche se «tecnicamente stiamo entrando in un anno elettorale». Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha rilanciato all’Ecofin di ieri le prossime tappe del calendario a partire dal Def, atteso in consiglio dei ministri fra il 7 e il 10 aprile accompagnato dal piano nazionale delle riforme che potrebbe contenere anche un nuovo capitolo sul credito per rispondere alle attese Ue. Confermata, poi, la manovra correttiva da 3,4 miliardi, che seguirà a stretto giro e potrebbe arrivare anche prima della fine di aprile. Un calendario che non piace troppo ai vertici Pd impegnati nella campagna per le primarie, anche se, quanto al presunto dissenso con l’ex premier sulla manovra, Padoan garantisce: «Con Matteo Renzi non ho avuto scambi in questi due giorni». Per quel che riguarda le questioni italiane, l’Ecofin è servito al governo per rassicurare i partner Ue sulla “linea della continuità” nelle riforme, nonostante gli inciampi politici di fine anno e l’avvicinarsi delle urne in una prospettiva di incertezza.
Da contrastare c’erano i rilievi del comitato economico e finanziario, l’organismo tecnico del consiglio Ue che valuta lo stato dei conti dei Paesi membri e indirizza alla commissione un parere consultivo in vista delle eventuali procedure d’infrazione. Per l’Italia, il parere indica che «da metà 2016 gli sviluppi interni (cioè la campagna referendaria, ndr) hanno rallentato significativamente l’adozione di nuove riforme», anche se l’attuazione delle misure già approvate «in linea generale è continuata». La risposta di Padoan si è tradotta in una «relazione dettagliata» sulle misure adottate per l’attrazione degli investimenti stranieri e per convogliare i risparmi privati sulle imprese, superando il “bancocentrismo” attuale. Ma un capitolo dedicato al credito entrerà anche nel piano nazionale delle riforme che affiancherà il Def nella definizione delle strategie in vista della legge di bilancio 2018. Il suo cuore sarà l’analisi dello stato di attuazione delle riforme già decise, a partire da quelle pensate per accelerare il recupero dei crediti e la soluzione del contenzioso. Proprio da qui potrebbe scaturire l’idea di nuovi interventi per rilanciare misure che si sono rivelate meno efficaci del previsto. È il caso del patto marciano, che avrebbe dovuto aiutare le banche a mettere in sicurezza i propri crediti ma è rimasto finora all’angolo per il timore degli istituti di essere penalizzati nella concorrenza in caso di sua adozione. Il nodo chiave, comunque, resta quello di come far invertire la rotta al debito pubblico mentre anche la nuova tornata di nomine contribuisce a infittire le incognite sulle privatizzazioni: nomine su cui il ministro dell’Economia riferirà la prossima settimana alla Camera in un’audizione alla commissione Bilancio. La questione debito si intreccia con quella dei 19,5 miliardi di clausole Iva che pendono sui conti 2018: sul punto, Padoan si limita per ora a spiegare che «al momento fanno parte della legislazione», e «vedremo come gestirle» senza impegnarsi per ora nel loro blocco. Un altro tema, questo, che rischia di infiammare i rapporti tra il governo e il Nazareno. In chiave europea si dovrebbe poi collocare l’intervento sulla tassazione dell’economia digitale, almeno secondo i suggerimenti avanzati ieri dall’Upb in audizione alle commissioni Finanze e tesoro e Attività produttive del Senato sul disegno di legge sul tema presentato da Massimo Mucchetti (Pd). Per aggredire le basi imponibili che l’economia digitale, e in particolare la pubblicità veicolata da Google e Facebook, fa sfuggire al fisco, spiega l’Upb, la strada migliore è quella di «un auspicabile coordinamento degli interventi a livello europeo». Secondo le stime basate su dati 2015, i ricavi effettivi generati da Google in Italia valgono 637 milioni invece dei 67 milioni scritti in bilancio, e per Facebook sarebbero di 233 milioni invece degli 8 milioni scritti nei conti.

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