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Pace Eni-sindacati su Gela ma è addio alle raffinerie Descalzi:“Non butto soldi”

Eni ritocca la strategia per rilanciare redditività e tenuta delle cedole: «In un contesto europeo in continuo peggioramento, la strategia è focalizzata sulla generazione di cassa tramite la valorizzazione del portafoglio estrattivo, una più incisiva ristrutturazione delle attività gas e raffinazione e un programma di riduzione costi». Le voci di inizio luglio avevano preoccupato maestranze e sindacati, fino allo sciopero di martedì. Ma ieri, mentre a Londra l’ad Claudio Descalzi illustrava i nuovi obiettivi, a Roma altri dirigenti chiudevano un accordo lampo sindacale. Più che altro, un armistizio per tornare al tavolo ministeriale il 15 settembre e valutare caso per caso quali delle 5 raffinerie Eni salvare, con conversioni in impianti “verdi” o in depositi.

I sindacati cantano vittoria ma i lavoratori di Gela che da un mese presidiano il petrolchimico ieri non hanno rimosso i blocchi. Descalzi è pure categorico: «Un capoazienda non può buttare soldi dalla finestra investendo in un business ormai in crisi irreversibile in tutta Europa. Voglio investire in business che hanno futuro. Ci vorrà dialogo e tempo, ma ho fiducia che i lavoratori capiranno ». Il manager in sella da tre mesi ha ribadito le linee guida: «Nessun dipendente sarà licenziato, e non chiederemo ammortizzatori sociali. Non taglieremo persone, ma costi e attività». Per l’impianto di Gela, tra i più arretrati, Eni pensa di farne una raffineria verde come Marghera, salvaguardando i 970 dipendenti (non i circa 2mila dell’indotto) anche con un centro formazione sulla sicurezza e nuove licenze esplorative. Che al momento, però, il governatore siciliano Rosario Crocetta non vuol concedere. Eni ha perso 6 miliardi nel settore dal 2009, e ieri ha detto che «la raffinazione in Europa vede un drastico calo dei margini per eccesso di capacità produttiva». Anche per questo aggiornando il piano al 2017 Eni alza al 50% (dal 35%) il taglio della capacità di raffinazione, stimando di azzerare le perdite di cassa operative nel ramo a fine 2015. Altro settore da tamponare è il gas: qui le perdite vengono dai contratti rigidi via tubo, costati qualche miliardo dal 2008 per il calo dei prezzi spot. «Grazie alla rinegoziazione dei contratti Eni anticiperà al 2014 il pareggio operativo e di cassa nel gas», malgrado un mercato «in deterioramento». «L’avere rivisto il 60% dei contratti ha detto l’ad – già ci porta al pareggio 2014, un anno prima delle stime. Tutto ciò che viene da ora è aggiuntivo». Da settembre Eni, che per il 2016 stima allineare ogni contratto ai prezzi di mercato, aprirà i negoziati con l’algerina Sonatrach.
Novità anche su Saipem, il cui 43% diventa «non strategico». «Con un advisor abbiamo iniziato un processo, perché per un gruppo sempre più orientato su Oil & Gas ha poco senso partecipare un contrattista che lavora anche per i rivali», dice Descalzi. Agli investitori curiosi non ha dato dettagli: si potrebbe anche non chiudere nel 2014: «Faremo tutto per massimizzare gli interessi di Eni, e di Saipem. Mai e poi mai faremo uno spezzatino». Scendendo sotto il 30% di Saipem, Eni ne deconsoliderebbe i debiti (4,2 miliardi). In parallelo, altre cessioni di quote in progetti estrattivi faranno salire da 9 a 11 miliardi le dismissioni in cantiere.
Con tutte queste azioni il flusso di cassa operativo Eni dovrebbe salire dagli 11 miliardi 2013 a oltre 15 del 2014-2015, con aumento del 20% del free cash flow medio. E permetteranno di mantenere un monte cedole «oggi chiaramente insostenibile, perché Eni non è più l’azienda che era nel 2004-2005», ha detto l’ad. Dei 5,2 miliardi di utile 2013, ben 4 sono andati a servire le cedole. La semestrale Eni diffusa ieri ha confermato l’anticipo dividendo di 0,56 euro (erano 0,55), dopo utili netti rettificati di 1,96 miliardi nel semestre (+7,9%) e di una produzione di 1,58 milioni di barili, in calo del 3,9% dall’anno prima (ma non c’è più Artic Russia, venduta). Il titolo Eni in una seduta ribassista ha perso l’1,65%.
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