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P.a., certificati al canto del cigno

Certificati anagrafici sul viale del tramonto. Grazie allo scambio di informazioni obbligatorio tra le pubbliche amministrazioni. Quello dei data base che non dialogano tra loro, costringendo i cittadini a file estenuanti per comunicare alla p.a. informazioni che dovrebbero già essere in suo possesso, è un problema atavico della burocrazia italiana. Un problema con cui tutti gli ultimi governi (da Berlusconi a Monti) hanno dovuto fare i conti anche se con scarsi successi. Ora, grazie a un emendamento del Movimento 5 Stelle, nel decreto p.a. approvato venerdì scorso in commissione alla camera e ora all’esame dell’aula, ha trovato posto un principio tanto semplice quanto dirompente nell’impatto sulla vita di tutti i giorni: tutte le pubbliche amministrazioni (ministeri, enti locali, enti pubblici, università, enti del Servizio sanitario nazionale) «non possono richiedere al cittadino informazioni e dati già presenti all’interno dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente». Si tratta del mega data base anagrafico in cui a partire dal 2015 dovranno confluire le anagrafi comunali, il cui fallimento è stato certificato da anni di mal funzionamento del sistema Ina-Saia. L’Ina (Indice nazionale delle anagrafi) a cui i comuni accedevano attraverso il Saia (Sistema di accesso e interscambio anagrafico) avrebbe dovuto garantire la cosiddetta «circolarità anagrafica», che poi altro non è se non un principio di buon senso che può essere così riassunto: l’invio di una comunicazione di variazione anagrafica a un ente connesso al sistema vale per tutti gli altri. Tuttavia, a giudicare dai tanti disguidi lamentati dagli utenti, la rete delle anagrafi locali ha bloccato, più che agevolato, lo scambio di informazioni tra gli uffici pubblici, spesso in tilt anche solo per un cambio di indirizzo.

Ora l’emendamento dei deputati pentastellati (primi firmatari Emanuele Cozzolino e Roberta Lombardi), se sarà confermato dall’aula, prova a cambiare le cose vietando a tutte le p.a. (quelle dell’elenco contenuto nell’art.1 comma 2 del dlgs 165/2001) di richiere dati già presenti nell’Anpr.

La commissione affari costituzionali ha messo una pezza a un altro pasticcio contenuto nel testo originario del decreto che, come anticipato da ItaliaOggi il 16 luglio, per un eccesso di zelo, nella lodevole intenzione di limitare il conferimento di incarichi dirigenziali a chi è andato in pensione, impediva ai pensionati, non solo pubblici, ma anche privati, di ricoprire l’incarico di assessore negli enti locali. Il divieto di «conferire incarichi dirigenziali o direttivi o cariche in organi di governo delle amministrazioni» aveva messo in fibrillazione molti comuni, ma ci ha pensato l’emendamento a firma Lorenzo Basso (Pd) a chiarire che non si applica ai «componenti delle giunte degli enti territoriali».

Incarichi e collaborazioni ai pensionati saranno consentiti, esclusivamente a titolo gratuito e per una durata non superiore a un anno, non prorogabile né rinnovabile, presso ciascuna amministrazione.

Nonostante il via libera della prima commissione, il lavoro di Montecitorio non si annuncia facile. Sono circa 750 gli emendamenti presentati in aula e sembra che il numero delle proposte di modifica sia destinato a crescere, tanto che si fa sempre più concreta l’ipotesi della fiducia. Il dl deve ancora essere esaminato dal senato e va convertito entro il 24 agosto.

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