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Ottobre nero sui mercati globali Wall Street giù, Milano la peggiore

Ottobre nero sui mercati. Mancano ancora cinque sedute alla chiusura del mese ma il bilancio che per ora se ne ricava è per cuori forti. Piazza Affari guida la classifica dei listini peggiori con un calo da inizio mese del 10,7%. Risultato a cui ha contribuito il -1,69% accusato ieri con un peggioramento proprio nel finale quando – per gli amanti dell’analisi tecnica – l’indice delle blue chip ha rotto al ribasso la soglia di Fibonacci a quota 18.660. Da metà maggio il Ftse Mib cede il 22% e ha quindi superato tecnicamente la soglia limite del -20% che delimita una semplice correzione dal possibile ingresso in un mercato “orso”.
A trascinare tutta la Borsa verso livelli che non si vedevano da febbraio 2016 è in particolare il sottoindice bancario, complice lo stretto legame con i titoli di Stato e quindi con lo spread BTp-Bund che ieri è balzato a 324 punti (si veda articolo in pagina). I rendimenti del decennale italiano sono balzati al 3,6%, ad appena 65 punti base di distanza dai titoli della Grecia (che peraltro non beneficiano del Qe della Bce). Segnale evidente che c’è quanto prima bisogno di una svolta per evitare ulteriori esborsi del Tesoro nelle prossime aste. Se Piazza Affari risente in prima linea dello scontro in corso tra il governo e la Commissione europea sull’approvazione di una legge di bilancio più espansiva del previsto, le altre piazze azionarie soffrono di pari passo per il deterioramento dello scenario economico globale e per il concomitante rialzo dei tassi obbligazionari innescato dalla Federal Reserve. Così il bilancio da inizio mese è rosso per tutti i listini del pianeta. Francoforte arretra del 9,3%, Parigi del 10%, Londra del 7%. In media le Borse europee hanno perso nello stesso periodo l’8%. Lo stesso passivo che accusa anche, Oltreoceano, il Nasdaq che a questo punto ha ridotto a +5% il rialzo da inizio anno. Mentre rischia di azzerare i guadagni del 2018 l’indice più rappresentativo di Wall Street, l’S&P 500, che da ottobre perde il 7% ed è sempre più lontano dalla soglia dei 3.000 punti sulla quale il presidente Usa Donald Trump confidava come spot elettorale in vista delle elezioni del mid-term del 6 novembre. L’attuale turbolenza non risparmia anche i mercati asiatici con Shanghai a -8% (da gennaio cede oltre il 20% ed è in compagnia con Milano nell’aver rotto la “soglia del mercato Orso”) e Tokyo a -9%. Nel complesso la capitalizzazione delle Borse globali si è ridimensionata di quasi 7mila miliardi di dollari nelle 19 sedute di ottobre in cui i mercati sono stati aperti.
A livello macro stanno arrivando sempre più conferme sul rallentamento dell’economia. In Europa l’indice Pmi composite di Markit, reso noto ieri ed elaborato sulla base delle previsioni dei direttori degli acquisti delle aziende della manifattura e dei servizi, ad ottobre è sceso sui minimi da settembre 2016 a 52,7, in flessione anche rispetto alle stime del consensus (53,9). Anche dagli Usa – che pur stanno vivendo una delle più forti e longeve crescite della storia – inizia ad arrivare qualche numero in chiaroscuro: le vendite di case nuove a settembre sono calate del 5,5%. Nel frattempo cresce il numero di società che presentano conti in flessione. Nelle ultime ore sono entrate a far parte della “compagnia del profit warning” anche la telefonica AT&T che ha ceduto oltre il 7% dopo la diffusione di conti peggiori delle attese e Texas Instrument che ha tagliato le stime sul quarto trimestre. Male anche il produttore di chip italo-francese Stm che ha perso il 10% dopo aver preannunciato un terzo quarto sottotono.
Oltre a quella in corso nel 2018 i mercati finanziari hanno sperimentato altre due fasi di significative correzioni. La prima è partita nell’ultima settimana di gennaio e si è esaurita a metà febbraio. La seconda ondata di vendite risale a maggio. In entrambe le fasi si sono visti acquisti sui beni rifugio con rialzi in particolare di dollaro, yen, franco svizzero e Bund tedesco. La differenza – non di poco conto – tra l’attuale turbolenza e le precedenti due è però che a questo giro si sta muovendo al rialzo anche l’oro. Dopo essere rimasto a lungo in letargo il metallo giallo – da molti considerato il rifugio di ultima istanza – da inizio mese è risalito del 3%. Un’ulteriore conferma che l’appetito per il rischio è lontano. Rimpiazzato dall’indice della volatilità (Vix) che in tre settimane è cresciuto del 100 per cento.

Vito Lops

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