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Otto miliardi di utili in più

Meglio del previsto. Le banche italiane hanno chiuso i primi nove mesi del 2012 battendo le previsioni degli analisti. Le prime dieci quotate hanno realizzato utili per 2.019 milioni di euro, a cui si aggiungono i 212 milioni realizzati dal Crédit Agricole con la sua controllata Cariparma, responsabile di tutte le attività italiane, portando il totale dei nove mesi a 2.231 milioni. Cresce anche il business di Bnl (controllata da Bnp Paribas) e dalla branch italiana di Deutsche Bank, ma queste, per policy aziendale, non comunicano i dati realizzati in Italia.
Rispetto ai primi nove mesi del 2011, il divario è enorme. Allora si contabilizzarono perdite per 5.957,50 milioni di euro, cosicché la differenza registrata da un anno all’altro ammonta a 8.188,50 milioni di euro. La Borsa ha festeggiato: martedì 13 novembre, il giorno in cui sette banche hanno comunicato i rispettivi risultati, il mercato si è infiammato come ai bei tempi.
Nel segno della cautela
Sarebbe però incauto considerare con eccessivo ottimismo i risultati, traendone auspici per il futuro. Anzitutto perché la maxi accelerazione da 8,1 miliardi di utile è dovuta soprattutto al fatto che, un anno fa, Unicredit imputò a bilancio perdite per 9,32 miliardi, in gran parte dovute alla maxi svalutazione per 8,669 miliardi al capitolo avviamenti. Al netto di quella partita contabile tutto assume un altro profilo, più equilibrato, mentre permangono almeno due elementi di forte preoccupazione: le sofferenze nel sistema ammontano a 116 miliardi di euro e tutte le banche prese in esame hanno evidenziato un aumento dei crediti deteriorati: sono i soldi prestati che difficilmente torneranno a casa. Inoltre, le banche italiane, che si sono finanziate emettendo obbligazioni per complessivi 550 miliardi di euro, sono chiamate a rimborsarne circa 55 miliardi nei prossimi due anni. Ostacoli non da poco, per cui la cautela rimane l’unica difesa. Infatti, se Unicredit e Intesa Sanpaolo sommano oltre 3 miliardi di utile, il Monte dei Paschi contabilizza perdite per 1,6 miliardi e non è l’unica banca ad avere problemi…
Le big
Differenza sostanziale: Intesa nel terzo trimestre ha realizzato utili netti per 414 milioni di euro, quasi interamente sul territorio italiano. Unicredit tra luglio e settembre ne ha realizzati 335 milioni quasi interamente al di fuori dall’Italia. Così entrambe hanno ripreso a parlare di dividendo da distribuire nella prossima primavera: quello di Intesa è confermato pari o superiore all’ultimo. Unicredit invece non si sbilancia. L’amministratore delegato Federico Ghizzoni ha ammesso che la cedola viene per ora contabilizzata, a oggi, circa 9,7 centesimi per azione, per un totale di 500 milioni. Ma questo per pura policy aziendale, il dividendo «verrà deciso entro fine anno». In comune le due banche hanno invece rilevanti utili da negoziazione: 2 miliardi per Unicredit, 1,5 per Intesa…
Le interregionali
Il Monte dei Paschi di Siena sta vivendo i giorni più bui della sua storia cinquecentenaria. Avviato il piano industriale, l’amministratore delegato Fabrizio Viola ha contabilizzato svalutazioni per 1,574 miliardi, firmato la fusione con la controllata Antonveneta e ceduto Biverbanca a Cr Asti. Al netto di quella pesante svalutazione delle partite intangibili, il risultato del Monte non sarebbe lontano da un equilibrio sostanziale — sebbene il risultato operativo netto è in calo del 65 per cento a 261 milioni — ma pesano le molte partite aperte: dai bond di Stato alla fragilità patrimoniale della Fondazione prima azionista, fino al vuoto di potere locale, con il Comune commissariato e la Provincia unita a Grosseto. Al Banco Popolare festeggiano la ritrovata liquidità e la solidità patrimoniale (core tier 1 al 10,4%), ma le variazioni del merito creditizio pesano per 220 milioni portando l’utile del trimestre in negativo per 82,8 milioni. Il risultato della gestione operativa è però in utile per 161 milioni, sebbene pesino le rettifiche sui crediti (204 milioni). Ubi delle tre è quella che sta meglio e non solo per i 222 milioni di utile netto (+22%) contabilizzati al 30 settembre. Il terzo trimestre ha infatti chiuso con 63 milioni di utile, riportando conferme sia sul piano della liquidità che della solidità patrimoniale (core tier 1 al 10,49%). La vendita di 7 milioni di titoli Intesa è valsa una plusvalenza lorda di 1,6 milioni. Massiah e la sua squadra hanno poi ridotto gli impieghi alla clientela (-7,7 per cento sul 2011 a 94,8 miliardi), uscendo dai settori e dalle posizioni a maggior rischio, realizzando infine un mol di 125 milioni nel trimestre.
Popolari e signorili
La rivoluzione in casa Bpm si è realizzata nel corso del trimestre con la messa alla porta dell’Associazione Amici, ormai disciolta e con la disdetta dell’integrativo aziendale. Montani procede con passo spedito, ma i conti con il passato vanno saldati, come dimostrano i 360 milioni di svalutazione sugli avviamenti che hanno portato a contabilizzare una perdita netta di 105 milioni. Il terzo trimestre però è positivo, con un utile di 25,4 milioni e un risultato della gestione operativa in miglioramento. Resta desta l’attenzione sui crediti deteriorati e i Tremonti bond da rimborsare. La Popolare dell’Emilia-Romagna chiude con 58,9 milioni di utile il trimestre che non avrebbe mai voluto vivere: quello dell’impatto più pesante del terremoto di maggio. Il rallentamento delle attività produttive si è sommato alla crisi macroeconomica, per questo aver mantenuto lo stesso livello di interessi netti, migliorato i proventi da commissioni e il totale dei ricavi è oltremodo significativo. La Pop Sondrio registra un significativo incremento dell’utile di periodo: 137 milioni dai 43,7 di un anno fa. In un contesto di sostanziale tenuta, malgrado il pesante quadro macroeconomico, la differenza è nell’attività di negoziazione, dove un anno fa si erano persi 51,8 milioni quest’anno se ne sono guadagnati 124. Il Credem dei Maramotti conferma la propria solidità, migliorando di quasi il 6 per cento l’utile netto, senza strappi, ma con un progresso in tutte le poste chiave. Sono migliorati la raccolta diretta, la raccolta gestita e gli impieghi. A Genova il piano-La Monica sta sdoppiando Carige, che intanto mette in archivio nove mesi con un utile in crescita del 9,5 per cento a 145 milioni di euro.
Le straniere
Deutsche Bank non comunica (non è tenuta a farlo essendo branch), e si chiude in una rigidità merkeliana. In modo informale fa sapere che i ricavi per un miliardo attesi a fine anno saranno raggiunti e quindi la somma tra margine d’interesse e commissioni si aggira al 30 settembre sui 750 milioni (soprattutto grazie al credito alle pmi e ai mutui venduti dalle Poste). Più aperta Bnl, controllata da Bnp Paribas. La banca guidata da Fabio Gallia ha registrato un utile ante imposte, nel periodo, di 423 milioni, in calo del 5,4 per cento, con segni positivi dal margine di intermediazione e dal margine d’interesse e negativi dalle commissioni. Più trasparente il Crédit Agricole, che in Italia controlla Cariparma, Friuladria e CrSpezia. Il gruppo francese ha chiuso un trimestre pesante, con perdite per 2,852 miliardi dovuti in gran parte alla cessione della banca greca Emporiki. L’Italia è un’altra cosa: utile netto in aumento del 17 per cento, a 212 milioni, con impieghi stabili e raccolta in crescita sul territorio di diretta responsabilità di Giampiero Maioli.

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