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Ossigeno da 80 miliardi per Atene Ma solo 48 ore per la manovra

Con un’ennesima capriola, dopo diciassette ore di negoziato estenuante, Alexis Tsipras ha accettato un accordo punitivo che dimostra la totale sfiducia degli europei nei suoi confronti e sequestra ogni residua sovranità greca in materia di politica economica. Un accordo che sarà difficile da far digerire ai greci e ancor più difficile, se non impossibile, da rispettare. Ma che consente, almeno per ora, di sventare il pericolo di un’uscita di Atene dall’euro e di una frantumazione della moneta unica.
L’intesa è stata raggiunta ieri mattina, pochi minuti prima dell’apertura dei mercati, dai diciannove capi di governo dell’eurozona riuniti a Bruxelles senza interruzione fin da domenica pomeriggio. Il testo approvato ricalca, quasi parola per parola, il documento durissimo approvato dai ministri delle Finanze dell’eurogruppo. Entro domani il Parlamento greco dovrà varare quattro riforme tra cui la fine dei prepensionamenti e l’aumento dell’Iva. Dovrà anche impegnarsi a varare liberalizzazioni di tutti i settori, privatizzazioni di tutti gli asset pubblici, revoca dei provvedimenti economici presi finora dal governo Tsipras, riforma della legislazione sul lavoro con l’introduzione di licenziamenti collettivi, riforma del sistema pensionistico, tagli e riforma della pubblica amministrazione sotto direzione Ue. Dovrà soprattutto impegnarsi a non approvare nessun provvedimento di politica economica senza il preventivo consenso della Troika, che torna ad Atene da vera trionfatrice. Inoltre tutti i beni pubblici da privatizzare saranno riuniti in un fondo che servirà per tre quarti a ripianare il debito del Paese e che verrà gestito sotto supervisione europea.
Se la Grecia ottempererà a tutte queste condizioni, l’Europa accetterà di aprire negoziati su un terzo pacchetto di aiuti per l’importo di 82-86 miliardi in tre anni a cui sarà associato anche il Fmi. Una decisione condizionata al via libera del Parlamento tedesco venerdì e di altri cinque parlamenti nazionali entro la settimana. Con l’apertura dei negoziati scatterà anche un primo prestito ponte di dodici miliardi per consentire ad Atene di pagare gli arretrati al Fmi e onorare le prossime restituzioni dovute alla Bce. Ieri il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, appena riconfermato nell’incarico, ha avvertito però che le discussioni sulle modalità di questo prestito d’emergenza saranno complicate e che un’intesa non è ancora in vista. Una eventuale discussione su una ristrutturazione del debito greco, limitata comunque a scadenze e interessi, sarà avviata solo una volta constatato l’effettiva messa in opera delle riforme da parte del governo ellenico.
Nel dettare condizioni così punitive, i falchi erano convinti di aver messo Tsipras in un angolo, costringendolo a respingere l’ultimatum e accettare l’offerta alternativa, che era l’uscita della Grecia dalla moneta unica e la rinegoziazione del debito. Ma ancora una volta si sono sbagliati, sottovalutando lo straordinario trasformismo del leader di Syriza. Dopo aver negoziato per un’intera notte e senza aver ottenuto praticamente nulla in cambio, dopo essere arrivato più volte al limite della rottura, Tsipras ha ceduto su tutta la linea e accettato le condizioni europee.
«Abbiamo combattuto una dura battaglia. Ci troviamo di fronte a decisioni difficili. Abbiamo preso la responsabilità di evitare i piani più estremi di circoli conservatori in Europa. La Grecia continuerà a lottare e noi continueremo a lottare. Abbiamo inviato un segnale di dignità al mondo, questa è l’eredità più importante », ha commentato il premier uscendo stremato dalla sede del Consiglio europeo. Dopo diciassette ore di negoziato, l’unico vero sconto ottenuto da Atene è che il fondo di privatizzazioni da 50 miliardi a garanzia del debito resti con la sede in Grecia, e non a Lussemburgo e che venga gestito da greci sotto la supervisione della troika. Inoltre un quarto di quella somma potrà essere destinato a investimenti per rilanciare la crescita.
Il problema immediato adesso è capire se e come il leader di Syriza troverà una maggioranza parlamentare per approvare un pacchetto così indigesto. E quali saranno le conseguenze politiche interne di una battaglia che lascia profondamente divisa la coalizione ora al governo.
Se il Parlamento oggi non dovesse votare le riforme imposte dall’ultimatum, e se non accettasse le condizioni che gli vengono dettate, la Grecia resterebbe senza aiuti e finirebbe rapidamente in default. D’altra parte un segnale di forte instabilità politica potrebbe indurre i creditori a congelare i negoziati per il terzo pacchetto di aiuti mettendo di nuovo il Paese alle corde.
Le molte ambiguità dell’intesa raggiunta ieri sono state fotografate dai mercati, che hanno festeggiato lo scampato pericolo di una rottura dell’unione monetaria, senza però dare segnali di eccessivo entusiasmo.L’indice di borsa pan europeo ha registrato un guadagno dell’1,97 per cento. Piazza Affari si è fermata ad una crescita dell’1 per cento.
Gli spread sono rimasti stabili e l’euro si è addirittura leggermente deprezzato rispetto al dollaro.
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