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Oro al record, si teme la bolla

di Luca Davi

Nè azioni. Nè obbligazioni. Nè dollari. Esclusi per evidenti eccessi ribassisti tutti gli asset tradizionali, agli occhi degli investitori quella dell'oro appare l'unica via da percorrere. Una scelta fatta con l'obiettivo di difendere i propri asset in una fase burrascosa dei mercati. Ma rivelatasi, nei fatti, efficace anche al test dei rendimenti. Basti pensare che l'oro, sfondando ieri la quota di 1.600 dollari l'oncia a Londra (prima di ripiegare in serata a 1.585 dollari a New York) ha messo a segno un rialzo dell'8,4% in meno di due settimane. Nulla, in confronto al balzo del +44% registrato dall'inizio del 2010 e del +81% degli ultimi due anni e mezzo.

Sono numeri, appunto, da record. E raggiunti, peraltro, nelle principali valute mondiali. In euro, ad esempio, l'oncia d'oro vale 1.145 euro; in sterline, 1.005. È la conferma che il boom di acquisti prosegue nonostante il recente rafforzamento del dollaro (divisa in cui sono quotati i listini auriferi), aspetto che rende il lingotto più costoso per chi detiene altre valute.

Le ragioni del rialzo

Ma quali sono le motivazioni di questo rally? Il boom di acquisti è frutto anzitutto di un elemento: la paura. Fa paura il possibile allargamento della crisi dei debiti sovrani nell'Eurozona, come dimostrato dal recente allargamento degli spread dei titoli di Stato dei paesi periferici. Fa paura la fragile tenuta della ripresa economica a livello globale. Fa paura l'eventualità, pur remota, di un default temporaneo degli Stati Uniti, dove si cerca un accordo sul rialzo del tetto del debito. Fa paura, addirittura, il rischio inflazione, soprattutto in un paese come l'India, oggi più che mai affamata di lingotti. In uno scenario così drammaticamente incerto, l'oro non ha concorrenti. Perchè è infruttifero e non disperde valore nella fase di uno stacco di una cedola o dividendo, come bond o azioni. Perchè è un bene scarso, in virtù di una domanda sempre superiore all'offerta. E perchè è liquido, visto che è apprezzato a tutte le latitudini e in tutte le epoche. Senza contare che gli elementi fondamentali (domanda, offerta e stock) non fanno altro che consolidare il quadro. Il metallo giallo è nel mirino dei fondi, che giocano con l'enorme flusso di liquidità immesso all'indomani della crisi finanziaria, ma anche degli speculatori, che tentano di guadagnare sui movimenti al ribasso e al rialzo di breve termine. Ma è ricercato anche delle banche centrali, soprattutto di quelle dei paesi emergenti. Per loro il lingotto è il nuovo dollaro, una valuta insostituibile da scambiare al pari del biglietto verde, moneta in crisi di credibilità piegata dall'incertezza sul debito americano.

Tra rischio bolla e nuovo rally

Tutto bene, dunque? Solo in parte. Perchè c'è chi è convinto che la corsa sia arrivata, almeno in parte, al capolinea. Un indizio potrebbe essere costituito dal recento ed esteso sell-off azionario, cui si è aggiunto, ieri in giornata, un indebolimento del franco svizzero. Per alcuni analisti, si tratta di indizi (ma non di una prova) che preannunciano un ritorno agli investimenti azionari, e uno smobilizzo delle attività detenute in oro. D'altra parte le ragioni per cui oggi l'oro è in vetta – ovvero la crisi e la massa di liquidità – potrebbero rimanere valide ancora a lungo. Per questo molti analisti prevedono nuovi rincari. Bank of America-Merrill Lynch vaticina rialzi dei prezzi per i prossimi dieci anni. Ma non manca anche chi ipotizza scenari limite, con quotazioni a 3 o 5mila dollari l'oncia. Del resto, sottolineano i rialzisti, l'oro è ben lontano dai livello del gennaio 1980, quando i prezzi di un'oncia, corretti per l'inflazione, erano pari a 2.395 dollari attuali. Se si prende questo valore come benchmark, l'oro avrebbe un margine di crescita del 49 per cento.

 

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