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Orlando “Per il lavoro strumenti eccezionali Via ai patti territoriali”

II lavoratori messi in ginocchio dalla crisi tornano in piazza. Ministro Orlando, qual è il piano del governo per riaprire il Paese?
«Il piano è la vaccinazione, la riapertura è la conseguenza», risponde il ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd). «Riaprire indiscriminatamente senza vaccinazione significa rischiare di chiudere subito dopo, come insegna il caso Sardegna. La via giusta è accelerare con i vaccini e sostenere le imprese con maggiore selettività. Non si riapre con le interviste, ma sui numeri che vanno conquistati e preservati se non vogliamo l’effetto boomerang».
Si riferisce alle posizioni espresse dalla Lega? Ma perché il Pd passa per il partito della chiusura?
«Penso invece che il Pd sia il partito delle aperture in sicurezza perché mette al centro la tutela della salute che non va contrapposta all’economia. Nessuno deve rischiare la vita per lavorare. E sappiamo che se non si mette sotto controllo il virus non ci può essere un ritorno ad una dinamica economica normale. Dinamica che si riconquista anche orientando le risorse verso politiche industriali che aiutino le transizioni e sostengano le filiere più competitive».
Se ora vale solo l’età come criterio di vaccinazione, come si può vaccinare in azienda?
«Si farà solo dopo aver esaurito le fasce più fragili. Dobbiamo evitare di avere, a un certo punto, più vaccini che punti di somministrazione. Sarebbe inaccettabile, specie alla vigilia della stagione turistica. Ecco perché abbiamo firmato con le parti sociali i protocolli per vaccinare in sicurezza. Meglio avere una rete non ancora utilizzata che vaccini senza canali di distribuzione. Invito perciò le Regioni ad attrezzarsi già da ora».
I sindacati chiedono di prorogare ancora il blocco dei licenziamenti al 30 ottobre, anche per le grandi imprese. Cosa ne pensa?
«Per le piccole imprese dobbiamo accelerare la riforma degli ammortizzatori. Per le grandi dobbiamo ragionare in modo selettivo, anziché proseguire con trattamenti uguali per situazioni diverse. Non tutta l’economia si è fermata».
È dunque possibile distinguere tra crisi aziendali reversibili o meno?
«È possibile individuare strumenti mirati o potenziare quelli esistenti, ad esempio i contratti di espansione e di solidarietà, senza per questo incoraggiare l’espulsione di lavoratori over 50.
Se prorogassimo per tutti il blocco ai licenziamenti, vorrebbe dire che siamo in ritardo con la campagna vaccinale e anche con la riforma degli ammortizzatori».
Siamo in ritardo sugli ammortizzatori?
«Ci siamo messi a lavorare quando ancora non era stata votata la fiducia a questo governo. Si tratta di districare una situazione complessa. Nel tempo si sono stratificati strumenti di natura e origini diverse. La proposta elaborata dagli esperti nominati dall’ex ministro Catalfo è condivisibile, ma molto ambiziosa.
Dovremmo arrivarci per moduli, calandola sulla realtà esistente.
Riconvocherò il tavolo con le parti sociali in settimana, per stabilire come allargare progressivamente il perimetro di chi potrà accedere al nuovo ammortizzatore».
Confindustria ammette per la prima volta che le ristrutturazioni al via dal primo luglio comporteranno 389 mila occupati in meno quest’anno.
Condivide lo spettro di una jobless recovery , una ripresa senza lavoro?
«Questo significa che il blocco dei licenziamenti è stato tutt’altro che inutile. Il rischio comunque esiste.
Come pure quello di sfasatura tra domanda e offerta, accentuata dalle ristrutturazioni: le imprese non trovano il personale che cercano. Per questo tra due settimane sottoporrò alle Regioni e alle parti sociali una road map sulle politiche attive e per individuare strumenti eccezionali da mettere in campo subito. Chiederò un censimento territoriale delle opportunità di lavoro. In attesa del Recovery, dobbiamo concentrarci sui distretti dove la ripresa è più vivace e lì convogliare i lavoratori che riusciremo a formare. Penso a una sorta di “patti territoriali”.
Dopodiché la lentezza con cui alcune Regioni procedono all’assunzione degli 11.600 nuovi addetti dei Centri per l’impiego, stabilita da una legge del 2019, è inaccettabile».
L’Agenzia che si occupa di politiche attive per conto del suo ministero – l’Anpal – da troppo tempo non riesce ad essere incisiva. Pensa di commissariarla e cambiare il suo presidente Mimmo Parisi?
«L’Anpal è nata quando si pensava, col referendum costituzionale poi bocciato nel 2016, di togliere alle Regioni la competenza sul lavoro.
Così non è stato. E ora ci troviamo un soggetto esterno che da una parte non è autorevole con le Regioni e dall’altra non è funzionale con il ministero. Una struttura del genere può avere un senso, ma non come terzo polo di complicazione. Basti pensare alla delibera sull’assegno di ricollocazione che avevo chiesto di modificare: sta per partire, ma si è perso un mese. Per questo dico: riformare l’Anpal, non cancellarla.
A tempo debito, ci porremo anche il problema di chi la guida».
I 2.800 navigator che fine faranno?
«Il loro contratto è stato prorogato sino al 31 dicembre. Si tratta di collaboratori di qualità che hanno superato una selezione pubblica, diventati a torto bersaglio politico.
Una parte consistente potrebbe confluire nel bacino degli 11.600 nuovi addetti dei Centri per l’impiego, passando per concorsi che tengano conto della selezione superata».
La povertà cresce e anche i working poor, i lavoratori poveri.
La risposta è solo il reddito di cittadinanza?
«Il reddito è stato un formidabile strumento per contrastare la povertà assoluta. Lì dentro ci sono pezzi di società difficilmente occupabili e per i quali si deve fare un lavoro immenso di scolarizzazione e formazione di base. Bisogna scoraggiare ogni abuso e agganciarlo alle politiche attive, fronte sul quale è stato inefficace. Chiediamoci però perché il lavoro è diventato così povero da non essere più appetibile e dunque svalutato. Al punto da preferire un assegno da 500 euro al mese. Presto istituirò una task force sul lavoro povero. Lì bisogna agire combinando strumenti contrattuali e incentivi fiscali».
Le imprese le chiedono di rivedere il decreto Dignità e incentivare i contratti a tempo.
Cosa risponde?
«Non interverremo su questo nel prossimo decreto Sostegni bis, dedicato ai ristori selettivi dei settori ancora in sofferenza. Nel primo decreto abbiamo prorogato già la sospensione delle causali. Ma certo bisognerà presto capire se il decreto Dignità ha agevolato la stabilizzazione dei lavoratori. I dati sembrano andare in direzione opposta, anche se è sbagliato non considerare l’effetto della pandemia che altera i test. Di sicuro, ogni tentazione di ritorno alla precarizzazione deve essere respinta».
Come valuta l’impatto della Gig economy, l’economia dei lavoretti guidati dalle App, sull’economia italiana?
«Molti credono che sia una faccenda limitata ai rider. Non è così. Nel giro di 6-7 anni un pezzo importante della nostra economia sarà regolata da algoritmi. E molti lavoratori ne saranno coinvolti superando di fatto le attuali tutele contrattuali. Dobbiamo trovare un modo per costruire garanzie per i lavoratori e le imprese che operano per le piattaforme in questo nuovo scenario».
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