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Ore 20, l’annuncio in tv: sportelli chiusi

Alla fine Alexis Tsipras ha scelto di citare Franklin Delano Roosevelt: «In queste ore decisive la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa». È stato il modo per il giovane premier di annunciare subito dopo l’ora di cena, quando non c’era più tempo per le proteste di piazza, che da oggi la Borsa e soprattutto le banche in Grecia non riapriranno. 
La differenza rispetto a Roosevelt però forse è sfuggita persino a Tsipras: quando il presidente americano chiuse le banche nel cuore della Grande Depressione, le riaprì dopo pochi giorni perché fu in grado di annunciare garanzie dello Stato su tutti i depositi dei cittadini. Tsipras invece è alla guida di un governo che da domani sarà insolvente in modo (quasi) ufficiale, la sua capacità di proteggere i conti in euro dei greci è vicina allo zero e se gli elettori respingessero il programma europeo al referendum di domenica, come chiede lui stesso, il premier avrebbe un solo modo per riaprire le banche tra otto giorni: imporre perdite ai depositanti, e stampare una nuova moneta nazionale il cui valore crollerebbe in poche ore. «I depositi sono sicuri e così le pensioni – ha comunque assicurato Tsipras -. Gli stipendi verranno pagati».
A questa svolta si è arrivati dopo che ieri la Banca centrale europea ha preso la sola decisione che poteva: l’Ela, la linea di finanziamenti di emergenza dalla Banca di Grecia agli istituti del Paese, non sarà più incrementata. Gli 89 miliardi concessi fino a questo momento non vengono ritirati, non c’è richiesta di rimborso, ma i prestiti non proseguiranno oltre quella soglia. Non lo permette il modo stesso in cui funziona quel meccanismo: i fondi vengono prestati alle banche greche dietro presentazione di garanzie, e queste ultime sono costituite quasi solo da titoli di Stato di Atene. Se il governo greco è di fatto in default verso il Fondo monetario e rifiuta le misure per restaurare la sua solvibilità, perché respinge il piano di assistenza europeo, quelle garanzie di fatto non hanno più alcun valore. Sulla loro base Francoforte non può più autorizzare nuovi finanziamenti, sarebbe troppo rischioso. La conseguenza è che le banche non avranno più gli euro che servono per far fronte alle richieste di ritiro in massa dei depositi, presentate da una clientela in preda al panico.
Ieri dopo cena, non appena Tsipras ha finito di parlare, ad Atene sono subito apparse lunghe file alle pompe di benzina e ai bancomat. I greci stanno votando la fiducia nel governo con i propri soldi, o meglio fino a ieri sera hanno cercato di farlo prima che fosse loro impedito. Formalmente la decisione è stata presa dal Consiglio per la stabilità finanziaria di Atene, formato fra gli altri dal ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e dal governatore della Banca di Grecia Yannis Stournaras. Ma subito Tsipras ha scaricato le responsabilità su Stournaras, sulla Bce e sui governi degli altri Paesi europei. Il premier ha detto che la serrata è stata imposta «su richiesta della Banca di Grecia», che l’Eurotower «tenta un ricatto» e il rifiuto dei governi europei di prolungare il programma dopo la rottura di venerdì scorso è «vergognosa».
Né la Bce, né la Banca di Grecia hanno risposto. Ma si capisce perché Tsipras insista tanto su questo punto: può determinare il referendum che lui stesso ha convocato. Il quesito riguarda il piano di sacrifici e riforme che l’Europa chiede alla Grecia, in cambio di nuovi fondi. Se gli elettori vedranno nella chiusura delle banche la bancarotta politica dell’esperimento Tsipras, potrebbero spostarsi in massa a favore del “sì” al piano europeo: a quel punto il giovane premier, schierato sul “no”, sarebbe scavalcato e di fatto dimissionario. Se invece i greci crederanno a lui, e vedranno nel blocco degli sportelli il frutto di un ricatto dei creditori, potrebbero reagire con un “no” in massa. Alla Grecia allora non resterebbe che l’uscita dall’euro.
Ma domenica è lontana. Prima, i mercati devono dimostrare di saper tenere alla pressione di vendite che può portare lo spread fra Btp e Bund oltre i 200 punti, dai 120 di venerdì. E la Grecia deve attraversare una settimana senza che l’intera società sprofondi nel caos. In Argentina, 14 anni fa, una decisione simile a quella che Tsipras ha imposto alla Grecia portò giornate di disordini, sommosse e morti nelle piazze.
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