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E ora Yellen dovrebbe dirci che farà

Dopo il referendum britannico del 23 giugno il dibattito pubblico sul futuro dell’economia è dominato in Europa dalle conseguenze della Brexit e dai modi secondo cui avverrà la separazione del Regno Unito dalla Ue. Se però si guarda oltre l’Europa ci si accorge che il post Brexit è solo uno (e nemmeno il più importante) dei tanti eventi da tenere in considerazione nella valutazione degli scenari economici futuri.

L’importanza di mettere in prospettiva l’esito del voto inglese per l’economia mondiale è misurata dalla solo limitata revisione che hanno subito le stime sull’andamento delle varie economie per l’anno in corso. Il sondaggio dei previsori che l’ Economist effettua mensilmente ha prodotto per il mese di luglio una sostanziale conferma della media delle previsioni economiche precedenti.

I contiIl Pil del Regno Unito è dato in rallentamento già per il 2016 al +1,5 per cento, in calo dal +1,8 stimato prima del voto. Ma per il momento non c’è nessuno cambiamento per le stime relative all’economia americana e della zona euro. Come prima del referendum, gli economisti si attendono che gli Usa crescano marginalmente più della zona euro (+1,8 e +1,5 per cento, rispettivamente). Mentre i Bric continueranno come nei due anni precedenti ad essere un gruppo spezzato in due. Da un lato ci sono i fast grower , Cina e India, in crescita rispettivamente del 6,5 e del 7,5 per cento rispetto al 2015. Poi ci sono Brasile e Russia che vedranno il loro Pil in contrazione nel 2016 per il secondo anno consecutivo. A dividere gli emergenti è — non da oggi — l’andamento del prezzo delle materie prime. India e Cina ne sono intense utilizzatrici e quindi la crescita del manifatturiero cinese e dei servizi high-tech indiani beneficia dal basso prezzo del petrolio che negli ultimi ventiquattro mesi ha fluttuato tra i 30 e i 50 dollari al barile. I bassi prezzi delle materie prime invece penalizzano drammaticamente Brasile e Russia che dalle commodity derivano il grosso delle loro entrate da esportazione (soprattutto olio di semi, petrolio, caffè e zucchero il Brasile; soprattutto gas naturale e petrolio la Russia).

Le previsioni 2017 evidenziano invece più marcate revisioni al ribasso e soprattutto consistenti disaccordi su cosa avverrà. Il +0,8 per cento ora atteso dal campione dell’Economist per il Pil del Regno Unito era un +2 per cento fino ai primi di giugno. Ma il +0,8 è la media tra le opinioni di chi vede arrivare una recessione oltre la Manica (il previsore più pessimista del campione indica un meno 1 per cento) e di chi invece vede l’economia britannica addirittura in accelerazione al +2,3 per cento.

In casaLa revisione al ribasso è presente seppur più limitata anche per la zona euro (da +1,6 a +1,2 per cento), mentre è quasi assente per gli Stati Uniti che si attestano su un solido +2 per cento di crescita. Per gli Usa la forchetta delle previsioni è tuttavia molto ampia e spazia tra un modesto +1 per cento e un robusto +2,6. Nel caso dell’economia americana la Brexit non c’entra nulla con il rischio di un rallentamento. Il timore di una recessione derivava dal troppo brusco calo del prezzo del petrolio che nello scorso febbraio aveva portato giù l’indicatore anticipatore del ciclo economico nell’economia sotto il valore di soglia di 50, facendo scendere il Dow Jones di 2.000 punti (-11,3% in un mese). Ora questi timori sono stati fugati dal parziale recupero del prezzo del greggio e dalla solida crescita nella creazione di posti di lavoro del secondo trimestre. Ma qualche incertezza rimane, anche perché i salari non hanno ancora ricominciato a crescere.

Scampato — almeno per ora — il rischio di una revisione al ribasso della crescita economica, i mercati sono ritornati al segno più, con Wall Street di nuovo ai massimi, perché dopo la Brexit sono arrivate due buone notizie.

Le notiziePrima di tutto, a due giorni di distanza dal referendum inglese, gli elettori spagnoli hanno mostrato di preferire lo status quo di Mariano Rajoy e, in subordine, del Partito socialista al nuovo menu politico offerto da Podemos e da Izquierda Unida. Segno che la Brexit non ha prodotto un immediato effetto domino, almeno nel grande Paese dell’euro zona che sta crescendo più rapidamente di tutti anche grazie agli aiuti Ue del 2012 al suo sistema bancario.

A stretto giro, un’altra buona notizia per le borse è poi arrivata dal Giappone dove gli elettori hanno rinnovato la fiducia a Shinzo Abe e, indirettamente, alla sua Abenomics fatta di deficit finanziato con acquisti di titoli da parte della banca centrale. Una garanzia del fatto che i sostegni del passato all’economia saranno probabilmente rinnovati anche nei prossimi anni.

Sullo sfondo di un Giappone che rimane stabile e di un’Europa che — per ora — non si spezza dopo la Brexit, rimangono le banche centrali che influenzano cambi e mercati con le loro azioni e inazioni e con le loro parole dette e non dette. La discesa della sterlina potrebbe infatti proseguire nell’attesa che la Bank of England — dopo avere apertamente osteggiata la Brexit con le prese di posizione del suo governatore Mark Carney — farà tutto ciò che serve (tassi più bassi, un nuovo giro di acquisti di titoli pubblici) per attenuarne i costi per l’economia. Ma le tensioni sulla sterlina e sul mercato dei cambi saranno — tanto per cambiare — inevitabilmente influenzate dalle decisioni della Federal Reserve.

Con un’economia americana che crea lavoro e vede i prezzi al consumo in aumento graduale, potrebbe riapparire lo spettro dell’aumento del livello di riferimento per il tasso interbancario Usa. La sola probabilità del suo verificarsi fece salire il dollaro del 25 per cento tra la seconda metà del 2014 e la prima metà del 2015. L’aumento dei tassi per un quarto di punto — arrivato nel dicembre 2015 — è poi rimasto senza seguito e forse lo rimarrà per tutto il 2016. Se la signora Yellen spiegasse chiaramente le sue intenzioni per i prossimi mesi e anni, darebbe un grande contributo al mantenimento della stabilità dei mercati finanziari e dei cambi.

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