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Ora Wall Street scommette su stabilità e un piano di aiuti

NEW YORK — Wall Street, imperturbabile fra le isterie elettorali che hanno travolto l’America, mantiene la calma. Anzi, ieri, martedì 3 novembre, giornata storica per gli Stati Uniti e per il mondo intero, ha tradito ottimismo: l’indice Dow Jones è salito di quasi il 2%. Ottimismo che riflette un andamento tendenziale storico di Wall Street in odore di elezioni: quando si arriva alla chiusura della campagna e al voto si tira un sospiro di sollievo, cala il sipario su cattiverie, rivelazioni, colpi di scena, sorprese di ottobre, sempre in agguato quando ci si trova in campo aperto. A quel punto, nell’immobilismo apparente, nell’attesa sfibrante della giornata chiave, si conoscono i percorsi aperti, si sa che a parte il Covid e lo shock temporaneo su occupazione e redditi personali l’America è in buone condizioni economiche. Soprattutto come ci racconta lo studio di una societa’ di gestione patrimoniale, la Glenmede, da un’analisi della performance del mercato in relazione alle amministrazioni dal 1872 ad oggi, si scopre che la performance del mercato indipendentemente dal partito alla Casa Bianca o in controllo del Congresso le performances di tutti si distaccano dell’1-2% rispetto alla media complessiva.
La novità importante di alcune settimane fa è che contrariamente a quel che ci si poteva aspettare. Wall Street era pronta a puntare su Biden. Con Biden può decollare un piano per investimenti strutturali nel medio termine e un piano anti Covid nel breve termine, bloccato fino all’ultimo da litigi di parte. Un pacchetto da quasi 4 triliardi di dollari! Saranno finanziati da aumenti fiscali, ma le ricadute sulle aziende in termini di aumento di giro d’affari saranno talmente importanti da compensare abbondantemente gli aumenti di tasse. Ma la borsa si copriva anche su Trump è vero, ci sarebbe stato un percorso di stimoli fiscali molto minori, ma sarebbero rimasti i vantaggi fiscali e di fatto uno status quo che alla borsa ha comunque fatto benissimo.
Così all’improvviso, la giornata di ieri ha archiviato i timori di rivolte per strada, di urne scardinate, voti dispersi; le minacce legali di Donald Trump per invalidare migliaia di schede se il risultato non gli fosse piaciuto, la mobilitazione possibile della Corte Suprema, gli attivisti armati, pronti a partire, i compensati sulle vetrine che hanno trasformato la Quinta Strada a New York in un surreale “murales”; la seconda violenta ondata del Covid, il possibile intervento digitale di potenze straniere per far crescere il caos, queste “variabili impazzite” avevano a loro volta fatto impazzire gli strateghi statistici che cercavano modelli di investimento che tenessero conto di tutto. Il problema è che mai prima di queste elezioni ci si era trovati davanti a una sommatoria di dati così dirompenti nelle loro potenziali conseguenze, e così eterogenei. Si è dovuto persino quantificare il pericolo di una crisi costituzionale. Per questo, quando la settimana scorsa le ultime battute elettorali alzavano il tono della partita la borsa ha reagito con nervosismo: alla fine delle cinque sedute perdite cumulative del 5,6% dell’indice Dow Jones e degli altri indici. Poi due sviluppi nel fine settimana: il ricorso per invalidare 120.000 voti a Houston presentato dai repubblicani è stato respinto sia da una corte locale che da una corte d’appello federale. Un messaggio chiaro: nella sacra divisione dei poteri prevista dalla democrazia americana, il potere giudiziario non si sarebbe reso complice di una fazione politica. Il secondo sviluppo è venuto dall’esercito, anche se il capo delle Forze Armate, il presidente, lo avesse richiesto, i militari non sarebbero scesi in campo con il rischio di inquinare risultati elettorali e umori politici: non era mai successo nella storia americana e non sarebbe successo adesso. Il rischio di una crisi costituzionale era archiviato. Ma quali sono gli scenari che si aprono comunque davanti a noi? L’incertezza è possibile, i ricorsi del perdente probabili, se questo dovesse durare qualche giorno non ci saranno impatti particolari. Dai due scenari di fondo si diramano conseguenze operative. Con Biden e spese fiscali per circa 4 triliardi di dollari e con i timori archiviati di una forte influenza della sinistra di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren ci sarà un nuovo rally in borsa. Con un ritorno del multilateralismo ci sarà un flusso di capitali verso i mercati emergenti. La Cina sarà più pronta a negoziare. In Europa Boris Johnson sarà in difficoltà, vedrà svanire la possibilità di un accordo bilaterale con Washington e dovrà negoziare termini più morbidi con Bruxelles. Il dollaro si indebolirà, i tassi di interesse saliranno marginalmente, all’1% per i Buoni del Tesoro trentennali. Con Trump valeva il contrario: un dollaro più forte in conseguenza di tensioni commerciali, un premio per i tagli fiscali, gli investimenti verso gli emergenti resteranno in cassa o saranno destinati verso le piccole medie aziende americane. Non porei chiudere senza citare il messaggio di saggezza del Wall Street Journal : ”questa storia che i repubblicani sono meglio dei democratici per il mercato è una balla: alla fine le aziende anche con nuove politiche, si adattano alla nuova realtà e sanno come essere lo stesso efficenti”. Gli aumenti con cui il mercato ha accolto le elezioni americane possono essere un auspicio, ma sono anche un indicatore per l’anima del paese pronta, dopo un otto volante di quattro anni a cercare stabilita’.

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