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Ora spuntano le «Province regionali»

di Dino Martirano

ROMA — Cancellazione delle Province e vincolo del pareggio di bilancio da inserire in Costituzione con effetti anche per gli enti locali. Il Consiglio dei ministri ha varato, come annunciato, due disegni di legge costituzionali per contenere i costi della politica e arginare il deficit dello Stato: sul vincolo di bilancio — che verrà introdotto nella prima parte della Costituzione, quella sui diritti e i doveri dei cittadini — «serve un ok rapido del Parlamento nell'interesse del Paese», ha detto il ministro Giulio Tremonti. Tutto come previsto, dunque. Mentre ieri a Palazzo Chigi nessuno dei ministri ha sollevato il tema del dimezzamento del numero dei parlamentari che è oggetto di diversi ddl costituzionali, tra cui quello di Calderoli, presentato il 18 luglio. Intanto, la manovra varata dal Senato con la fiducia arriva alla Camera che potrebbe dare il via libera la prossima settimana dopo il voto in commissione Bilancio (previsto a partire dalle 15 di oggi).
Il 12 agosto il governo decise per decreto di cancellare tutte le Province con meno di 300 mila abitanti (36 su 108). L'8 settembre lo stesso Consiglio dei ministri ha preso una decisione più drastica — via tutte le Province per contenere i costi della politica — ma l'ha adottata varando un disegno di legge costituzionale sui cui tempi di approvazione (quattro passaggi parlamentari, più quelli necessari per celebrare il referendum confermativo se non ci sarà la maggioranza dei due terzi) nessuno è in grado di fare calcoli precisi. E così non sembra poi così campato in aria il sarcasmo di Antonio Di Pietro che fa una sua previsione: «Tra 20 anni, quando non avremo più i capelli, lo staranno ancora studiando. Tra il dire e il fare c'è di mezzo il parlamentare…».
Il ddl costituzionale che «disciplina il procedimento della soppressione della Provincia quale ente locale statale» — firmato da Berlusconi e dai ministri Bossi e Calderoli — riguarda tutte le Regioni, comprese quelle a statuto speciale, ma non le Province di Trento e Bolzano. In sintesi, le funzioni e le competenze delle Province passeranno alle Regioni che provvederanno «a istituire forme di associazioni tra Comuni per il governo di aree vaste, nonché definirne gli organi, le funzioni e la legislazione elettorale». E queste dovrebbero essere definite «aree metropolitane» o «mini Province». Secondo il ministro Roberto Calderoli, «le future Province regionali assomiglieranno alle attuali Province delle Regioni a statuto speciale che già oggi hanno competenza esclusiva per l'ordinamento dei propri enti locali».
Resta da vedere, dunque, quello che faranno le Regioni. Quanti saranno, per esempio, gli «ambiti territoriali» dell'attuale Provincia di Torino, che conta oltre 300 Comuni? La domanda se la pone l'Unione della Province italiane (Upi) che prevede una proliferazione di «mini Province»: secondo Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti, «da 108 Province che ci sono adesso si arriverà a 200-250 associazioni tra Comuni. Ci avviamo verso il modello Sardegna che ormai ha otto Province». Per questo Giuseppe Castiglione parla di «caos istituzionale e di aumento della spesa pubblica». Castiglione, che è presidente della Provincia di Catania e coordinatore regionale del Pdl, dice che la mossa del governo «è demagogica perché muta il suo orientamento dal momento in cui a luglio la maggioranza si era schierata alla Camera contro la proposta dell'Idv di cancellare le Province». E poi, conclude Castiglione, «ci sarà certamente un aumento dei costi: basti pensare ai dipendenti provinciali che passeranno alle Regioni con un costo aggiuntivo di 600 milioni di euro». Nel '90 la legge 142 istituì le 8 città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria). Sono passati 21 anni senza che nulla sia accaduto e ora Nicola Zingaretti (Pd), presidente della Provincia di Roma, rilancia la sfida: «Lavoriamo verso le città metropolitane e impediamo il rischio di una proliferazione di una moltitudine di unioni di Comuni». E Giuliano Cazzola del Pdl è solidale con gli amministratori locali: «Questo provvedimento è frutto di cinica demagogia».
 

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