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E ora si apre la partita italiana tra Montepaschi e Banco Bpm

Al bivio tra un’iniezione di “italianità”, che potrebbe coincidere con l’acquisizione di Mps o altra banca, e il tirar dritto inseguendo gli investitori del mercato, il cda di Unicredit ha dato il benservito a Jean Pierre Mustier.
L’impazienza di compiere una mossa che ridia smalto al gruppo in Italia, dove soffre il primato di Intesa Sanpaolo (rafforzato dal blitz su Ubi di febbraio) e in Lombardia è minacciato da Banco Bpm e da sue possibili aggregazioni, ha avuto la meglio sulla linea dell’ad francese, che da due anni ripeteva «niente fusioni» a ogni incontro, aveva promesso di usare il capitale in eccesso per ripristinare il dividendo e comprare azioni Unicredit per rilanciarne le depresse quotazioni, soprattutto negli ultimi mesi si era avvicinato con il disincanto del pokerista al tavolo del Tesoro per negoziare condizioni capestro in caso di nozze con la banca senese o con Banco Bpm.
Viene sempre l’ora, spesso fatale, in cui una grande azienda deve chiedersi se il bene dei connazionali e quello degli azionisti coincidano. A Unicredit, “prima banca paneuropea”, è già accaduto due volte: nel 2010 ne fece le spese Alessandro Profumo, mentre cercava con i soci libici di rendersi più autonomo dalle Fondazioni. Nel 2016 fu la volta di Federico Ghizzoni, rimpiazzato proprio da Mustier perché gli investitori non gradivano il suo attendismo nel ricapitalizzare. Ieri, in quella che sembra la “bella”, il blocco di potere italiano tra azionisti, consiglieri, istituzioni ha scelto di cercare un altro manager che metta la retro e riporti Unicredit a fare più e meglio nel Paese dove nacque 170 anni fa: ma dove oggi, con i tassi a zero non ha più le unghie per guadagnare.
«Nel corso degli ultimi mesi è emerso che la strategia del Piano Team 23 e i suoi pilastri fondanti non sono più in linea con l’attuale visione del cda», è il fulcro della dichiarazione del banchiere francese, un classico prodotto delle scuole Polytecnique et Des mines piombato come un meteorite sulla banca sfiancata per rivoltarla come un guanto, a immagine sua e degli azionisti di mercato pronti a sborsare quasi tutti i 13 miliardi dell’aumento 2017. Fondi Usa come Capital research, o Blackrock, petrodollari di Abu Dhabi, poco interessati al tricolore. Anche Mustier, in effetti, non è un fan: a lungo ha guidato la banca da Londra, e l’inglese è tuttora la sua lingua di lavoro. Chi lo conosce, sa che non finge simpatia od ottimismo verso l’Italia, di cui per mesi ha temuto il declassamento del debito e i disordini sociali, stile gilet jaunes.
Così Mustier si è spesso mostrato pronto a vagliare ipotesi di crescita “europee” (i dossier di nozze con Soc-Gen e con Commerzbank stanno agli archivi), mai domestiche. Non colse l’invito del Tesoro a rilevare le banche venete in dissesto, nell’estate 2017: che poi Intesa Sanpaolo comprò gratis con 5 miliardi dei contribuenti. Tre anni dopo ha cercato di far replicare al Tesoro quel contratto per accollarsi Mps. E malgrado gli ostacoli frapposti dai M5s, contrari a mollare la presa che da maggio hanno sul Monte, e dei sindacati, contrari ai 6-7 mila tagli connessi, sembrava tutto apparecchiato. Il Tesoro s’era impegnato a mettere 2 miliardi di nuovo il capitale Mps, ha inserito in Finanziaria un incentivo che vale altri 2 miliardi di capitale dai crediti d’imposta (e cui si dice Mustier abbia contribuito di suo) e un altro miliardo era pronto per levar di mezzo i rischi legali e i costi degli “scivoli”. Ma ora si volta pagina: di fianco a Mustier sarà ancora più forte il presidente in pectore Pier Carlo Padoan, che come ministro del Tesoro nel 2017 nazionalizzò Mps impegnandosi a rivenderla nel 2021 con l’Ue. Sarà Padoan a cercare il nuovo capo della futura Unicredit, gestore di eventuali fusioni, con Siena o con Banco Bpm (un pallino già di Profumo e di Ghizzoni). Gli indizi portano verso un italiano e i nomi più accreditati ora sembrano gli esterni Victor Massiah, ex ad di Ubi e di Padoan pupillo fin dai tempi dell’università a Roma; Alberto Nagel, ad della Mediobanca a trazione Delfin (e da poco confermato al 2023). Tra gli interni il più papabile sembra Carlo Vivaldi, direttore operativo ex-aequo del gruppo.
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