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Ora lo spettro dei «default» fa meno paura

di Isidoro Trovato

Una luce in fondo al tunnel. Nel primo trimestre del 2011 cala il livello dei fallimenti delle imprese italiane. Dopo undici trimestri di crescita a due cifre, nei primi tre mesi del 2011 si registra un aumento più contenuto (+6%rispetto ai primi tre mesi 2010). E addirittura il numero dei default risulta in diminuzione dello 0,9%rispetto all’ultima parte del 2010. Non si tratta di dati da giustificare toni trionfalistici ma è pur sempre un’inversione di tendenza che lascia ben sperare per il futuro. «Sulla frenata dei fallimenti del primo trimestre 2011 incide positivamente — commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group — il calo dei default osservati nell’industria che registra un -9,5%. Un dato incoraggiante, se si considera che precedentemente il comparto aveva pagato il conto più salato della crisi (oltre 5.000 imprese fallite tra il 2009 e il 2010), e sostenuto da una riduzione del 13,4%dei concordati aperti nella manifattura. Si mantiene invece a due cifre il tasso di crescita osservato nel segmento dei servizi, +11%nel primo trimestre, e addirittura in accelerazione quello calcolato tra le società che operano nella filiera delle costruzioni, +13,7%» . Il made in Italy va Importante sottolineare come i settori tipici del manifatturiero e del made in Italy (dalla moda all’arredo) siano quelli che stanno approfittando di più della ripresa, trainati dalla crescita dell’export che in questa fase (e probabilmente per molto tempo ancora) sarà il vero motore dell’economia globalizzata. «I settori del made in Italy sono quelli che hanno sofferto maggiormente durante la crisi — spiega De Bernardis — ma nel primo trimestre di quest’anno il sistema moda con un meno 20,7%e la meccanica con meno 8,2%hanno invertito la tendenza. In base al CeGri, l’indice di Cerved Group che fornisce una misura predittiva del rischio di default delle imprese italiane, i settori del made in Italy registreranno anche nel prossimo biennio un discreto miglioramento che però, purtroppo, sarà insufficiente per recuperare il livello di solidità economico-finanziaria pre-crisi» . Chi soffre Rimangono poi i settori che invece continuano a faticare e non vedono arrestarsi l’ondata di fallimenti. Nei servizi, continua a ritmi elevati la crescita del numero di aziende che abbassano la saracinesca: è il caso delle società immobiliari (+28,7%nel primo trimestre), dei servizi non finanziari (+19,3%), della logistica e dei trasporti (+12,7%). A patire ancora l’onda lunga della crisi sono soprattutto le piccole e medie imprese del mondo edile. «Il settore è immobile — spiega Giuseppe Corsari, consigliere nazionale Anaepa, Confartigianato edilizia —. Le banche non concedono più mutui per il valore del 70 o del 80%dell’immobile e senza quegli aiuti le famiglie non comprano e il mercato crolla. Di contro il settore delle opere pubbliche è paralizzato soprattutto per le piccole e medie imprese: gli appalti vanno alle grandi aziende ma per le Pmi non restano che le bricilione. E poi, come se non bastasse, quei pochi lavori che vanno avanti vengono pagati con enormi ritardi che creano danni enormi alle piccole imprese» . Il nodo dell’accesso al credito, dunque, non è ancora del tutto sciolto. «La situazione è sicuramente migliorata rispetto a due anni fa — conferma Lorenzo Mezzalira, presidente di Artigianfidi Lombardia — ma il rapporto tra banche e imprese deve migliorare. I Confidi hanno retto. Alle banche chiediamo tempi più rapidi di risposta alle richieste di finanziamenti e un maggiore dialogo con noi. Siamo entrati nella fase in cui serve un sostegno al rilancio delle imprese e rafforzando l’opera congiunta di Confidi e istituti di credito si può dare una spinta a quelle piccole imprese che sono uscite dalla crisi con le ossa rotte» .

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