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E ora? Lo scenario: nessun accordo rinvio o nuovo voto. E al divorzio Ue mancano 16 giorni

Mentre si scivola sempre di più verso il baratro del 29 marzo e del “No Deal”, cioè l’uscita disordinata dall’Ue senza accordo, il Regno Unito è in pieno caos politico. E ora che cosa succede?
L’allarme dell’Europa
L’Europa ha lanciato l’allarme No Deal: «L’impasse può essere risolta solo nel Regno Unito – affermava ieri il negoziatore europeo Michel Barnier – a questo punto i nostri preparativi per un’uscita senza accordo sono più importanti che mai». Ma dietro le quinte prende forma il piano per evitare la catastrofe. A Bruxelles danno per scontata la richiesta del Regno Unito di un rinvio della Brexit entro domani. Ma gli europei non sono disponibili a regalare un’estensione in bianco ai britannici, anche per paura che Londra a quel punto mischi il negoziato sul divorzio e quello sui rapporti futuri spaccando il fronte delle capitali del continente. A questo punto, vista da Bruxelles, le soluzioni sono essenzialmente due, come emergeva ieri dalle parole dell’europarlamentare del Pd Roberto Gualtieri, tra i negoziatori sulla Brexit incaricati da Strasburgo: «Theresa May non ha altre opzioni se non lavorare seriamente con i laburisti per una relazione più stretta tra Ue e Gran Bretagna oppure lasciare che i cittadini decidano convocando le elezioni o un nuovo referendum».
Le due ipotesi: Corbyn o rinvio
Sono esattamente le opzioni emerse dietro le quinte nelle ultime ore di frenetiche consultazioni tra gli europei. O concedere un rinvio breve, fino alle europee, per andare verso la linea Corbyn, ovvero per un addio alla Ue che però mantenga il Regno Unito nell’Unione doganale. Una soluzione relativamente rapida da negoziare e attuare e che soprattutto risolverebbe per sempre il nodo del confine irlandese, eliminando la necessità del contestato backstop. L’altra soluzione è concedere un rinvio lungo, anche fino a dicembre, ma a condizione che serva se non a indire un nuovo referendum, almeno a svolgere nuove elezioni generali nel Regno Unito (oltre a quelle europee di maggio) che portino ad un nuovo governo capace di sbrogliare la matassa. I britannici devono scegliere in fretta quale via imboccare, visto che ogni decisione sul rinvio dovrà essere presa al vertice europeo che si terrà a Bruxelles il 21 e 22 marzo. E al momento i vertici delle istituzioni europee danno per più probabile la seconda opzione, ovvero rinvio lungo e nuove elezioni.
Davvero possibili nuove elezioni?
Non è impossibile, visto lo stallo politico in cui si è impantanato il Regno Unito. Ieri sera Corbyn ha citato questa ipotesi, che nella sua gerarchia segue quella dell’approvazione del suo piano sulla Brexit. Il problema è che May ha mezzo partito oramai contro di lei e insiste nella sua cocciuta tattica sansoniana (“o il mio accordo o la catastrofe”) che sinora si è rivelata un clamoroso fallimento. Qualora la premier si dimettesse, sfinita dalla raffica di umiliazioni, a quel punto un secondo voto potrebbe essere inevitabile, con un nuovo leader conservatore, probabilmente Boris Johnson, che sfiderà Jeremy Corbyn.
E il secondo referendum?
Al momento è l’ipotesi più irrealistica. Il motivo principale è che il leader laburista Jeremy Corbyn non lo vuole, anche se qualche giorno fa ha annunciato il contrario in una mozione che però poi il Labour non ha più presentato . Senza i voti da sinistra, una seconda consultazione sulla Brexit è praticamente impossibile perché non ci sarà mai una maggioranza in Parlamento.
Lo spauracchio No Deal
Quanto è realistico che Londra esca dall’Ue senza accordo, mettendo a repentaglio la sua economia (come dicono numerosi esperti), quella dei Paesi vicini e soprattutto il confine irlandese?
Da qualche tempo, questo fantasma si aggira con meno regolarità. Ma Europa e Regno Unito si stanno preparando da tempo a questo scenario. May lascerà mano libera ai suoi oggi in Parlamento, dove oggi si voterà proprio il No Deal. Che, a meno di clamorose sorprese, dovrebbe essere bocciato.

Alberto D’Argenio

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