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Ora l’esame di Bruxelles ma Roma è già pronta a chiedere altri sconti

A confermare l’ottimismo sul 2017 il fatto che ora il governo e la Commissione europea stanno già negoziando l’intervento per il 2018, la manovra di ottobre che rappresenta una vera mina sulla strada di Palazzo Chigi. Gentiloni e Padoan sono stretti tra l’esigenza di far tornare i conti dopo tre anni in cui l’Italia ha ricevuto dalla Ue massicce dosi di flessibilità sul risanamento di deficit e debito e l’assoluto divieto del Pd renziano di mettere in campo misure impopolari a ridosso delle elezioni, che al più tardi si celebreranno nella prima metà del 2018.
Al momento il conto per Roma è di circa 14 miliardi di risanamento ai quali bisognerà aggiungere le coperture, cioè i soldi, per finanziare le eventuali misure espansive che il governo deciderà di inserire nella Legge di bilancio di ottobre, la vecchia finanziaria. Oggi il deficit è al 2,3% del Prodotto interno lordo mentre l’obiettivo per il 2018, concordato con la Ue è di farlo scendere all’1,2%, uno scostamento pari all’1,1%, circa 19 miliardi. Ma la manovrina appena varata per il 2017 avrà un effetto di correzione sul prossimo anno dello 0,3% del Pil: il conto della rettifica per il 2018 scende così allo 0,8%, all’incirca 14 miliardi. Poco più di 10, ovvero lo 0,6% del Pil, dovranno essere strutturali mentre gli altri 3-4 miliardi potranno arrivare anche da misure una tantum.
Se a ottobre il governo attivasse le clausole di salvaguardia facendo salire l’Iva dal 22 al 25%, nelle casse del Tesoro entrerebbero più di 19 miliardi e il problema sarebbe risolto, ma nel Def approvato martedì Gentiloni e Padoan hanno affermato che non lo faranno. Come chiesto da Renzi, che quelle clausole le aveva messe a garanzia della flessibilità ricevuta dalla Ue negli scorsi anni.
Impresa non facile quella di trovare 14 miliardi da sacrificare sull’altare del risanamento, per di più a ridosso delle elezioni. Per questo è già partito il negoziato con la Commissione per abbassare il conto. L’obiettivo che sembra più a portata di mano è far saltare lo 0,2% di aggiustamento nominale (una tantum) grazie ai normali margini di tolleranza che le regole europee consentono a Bruxelles. Se il commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, appare orientato a concedere il bonus, sembra più rigido il vicepresidente con delega all’economia, l’ex premier lettone Valdis Dombrovskis. Ma il numero uno della Commissione, Jean-Claude Juncker, dovrebbe essere disposto ad aiutare ancora una volta l’Italia in vista delle elezioni a rischio populismo del 2018. Si lavora anche per cambiare la matrice, l’insieme delle regole che determina l’aggiustamento strutturale per ogni Paese che per l’Italia dice appunto 10,2 miliardi (lo 0,6% strutturale). Bruxelles ci starebbe, ma serve l’ok dei governi tramite l’Eurogruppo, il tavolo dei ministri delle finanze della moneta unica. Intesa ipotetica che comunque non potrà giungere prima delle elezioni tedesche di settembre, a un respiro dalla manovra di metà ottobre. Se arrivasse, dimezzerebbe il conto strutturale portandolo a 5 miliardi.
Resta però l’incognita investimenti che potrebbe mandare tutto all’aria e condannare l’Italia: lo scorso anno parte della flessibilità da 19 miliardi era stata concessa grazie alla clausola degli investimenti: per ottenerla il governo aveva promesso che nel 2016 sarebbero cresciuti rispetto al 2015. Impegno disatteso. In teoria ora Bruxelles potrebbe revocarla facendo cascare il castello dei conti italiani, ma proprio in queste ore tra il Tesoro e il Berlaymont si lavora ad un escamotage per superare il problema.

Alberto D’Argenio

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