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Ora le banche si preparano alle fusioni

Un autentico big bang. La riforma delle banche popolari approvata ieri al Senato è destinata a cambiare il volto del sistema bancario italiano. Perché la trasformazione in Spa dei 10 maggiori istituti a voto capitario non obbligherà le banche a mutare solamente la loro natura giuridica. L’esito secondario del provvedimento (inevitabile e in parte già scontato dal mercato) è quello di scatenare una stagione di fusioni e aggregazioni, in un effetto domino dai risvolti ancora incerti. Il passaggio a Spa aprirà il capitale delle banche all’ingresso dei grandi investitori istituzionali, e favorirà il finanziamento delle operazioni straordinarie, come gli aumenti di capitale, spesso indigeste ai piccoli soci.

Il risiko bancario
Le partite aperte sullo scacchiere italiano del credito sono in verità diverse. E hanno come crocevia fondamentale Banca Popolare di Milano: grazie alla posizione strategica, contigua a quella di altri competitor, e all’appeal economico di un’area su cui insiste come la Lombardia, Bpm – una delle banche meglio uscite dagli stress test della Bce – è la “sposa” ideale un po’ di tutte le banche. Ma di due popolari, in particolare, anch’esse destinate a rivestire un ruolo di primo piano nel risiko bancario che sta per partire, ovvero Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco Popolare. Nonostante le smentite, i contatti sull’asse Milano-Modena sono frenetici da settimane e molti osservatori, su entrambe le sponde, vedono di buon occhio una riedizione di quella fusione che fallì nel 2007. Nulla però è scritto: anche perché se è vero che l’operazione ha un senso in termini finanziari (le stime degli analisti erano per un incremento dei profitti per azione del 30% in caso di matrimonio), restano da definire gli equilibri di potere tra i due gruppi in una potenziale fusione. Senza contare che la fusione, magari in un secondo tempo, potrebbe coinvolgere una banca in difficoltà come Banca Etruria, oggi sotto commissariamento, a cui Bper si è avvicinata lo scorso anno per analizzarne i conti in vista di una possibile (ma poi sfumata) aggregazione. O anche Carige, oggi alle prese con un aumento di capitale da 850 milioni. Lo stesso a.d. del gruppo genovese Piero Luigi Montani nei giorni scorsi ha riconosciuto che la riforma «non potrà non coinvolgere» l’istituto ligure.
L’altra strada che parte da Milano conduce invece a Verona, come detto. Non è un mistero che il Banco Popolare, forte di oltre 120 miliardi di attivi, punti a essere un polo aggregante. «Se dovessi scegliere, sceglierei Banca Popolare di Milano perché le sinergie che hanno queste due banche sono eccezionali», disse il ceo del Banco Pier Francesco Saviotti lo scorso ottobre, pur sottolineando che la cosa non «potrà mai capitare». La possibile alleanza tra Bpm e il gruppo scaligero si incrocia però con il dossier Mps. Aggravata da un aumento di capitale da 3 miliardi da completare entro il primo semestre, Siena ha bisogno di un cavaliere bianco. E Ubi è la candidata numero uno. Il gruppo bresciano può contare su un eccesso di capitale di 1,7 miliardi, come evidenziato dagli stress test Bce. Nonostante Ubi abbia la forza patrimoniale per sopportare la fusione con Mps – la terza banca italiana con circa 200 miliardi di attivi -, resta il nodo del prezzo di un eventuale deal, anche perchè il titolo senese ha recuperato oltre il 50% dai minimi di febbraio. Ecco perché, qualora l’operazione con Mps saltasse, per la banca guidata da Victor Massiah potrebbe diventare d’attualità proprio un ragionamento con il Banco. In questo caso, vedrebbe la luce un gigante da circa 250 miliardi di attivi e, ai prezzi attuali, oltre 11 miliardi di capitalizzazione. E nascerebbe quel terzo colosso italiano del credito alle spalle di UniCredit e Intesa che lo stesso istituto guidato da Pier Francesco Saviotti punta a diventare.
E le altre popolari? Le due valtellinesi – Creval e Pop Sondrio -, almeno per il momento, si studiano a distanza. Una fusione tra le due, per quanto industrialmente sensata, deve superare forti resistenze locali. Per questo motivo, in modi diversi, le due banche potrebbero rientrare in partite più ampie, magari in alleanze a tre che coinvolgano due soggetti tra Bpm, Bper, Banco Popolare e Ubi. Più facile, invece, che le due venete, Pop Vicenza e Veneto Banca, pensino ad allearsi tra loro, visto anche il fatto che non essendo quotate entrambe presentano multipli superiori alle media di mercato. Si vedrà. Del resto, tra abboccamenti e sondaggi reciproci, il risiko bancario è solo all’inizio.

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