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Ora la Fed detta le regole Le Borse salgono, il mondo copia

In Italia, sempre meno persone, economisti compresi, guardano e studiano l’andamento della Borsa. Altro segno delle debolezze del nostro capitalismo, sempre più disinteressato al mercato finanziario. Altrove, però, i listini raccontano storie interessanti: soprattutto in America.
Vette americane
La settimana scorsa, il Dow Jones Industrial Average (Djia) ha toccato il massimo storico, sopra al livello record stabilito prima della crisi finanziaria, nell’ottobre 2007. È vero che, se si tiene conto dell’inflazione, manca ancora un 8% prima di arrivare a quel livello in termini reali. Ed è anche vero che il rapporto tra prezzi di Borsa e utili delle società quotate è attorno al 14%, non eccessivamente alto e comunque più basso che nel 2007, quando era attorno al 17%. Ciò nonostante, la crescita farebbe pensare a un’economia in forma straordinaria. il Dow Jones ha debolezze intrinseche in fatto di rappresentatività: ma anche altri indici, non solo americani, suggerirebbero prospettive economiche radiose per il mondo.
Sappiamo però che la realtà è parecchio diversa. La zona euro e il Giappone sono in recessione e la prima ha buone probabilità di rimanerci ancora per un po’. Negli Stati Uniti, pare che i prezzi delle case abbiano finalmente svoltato verso l’alto, nel 2012, dopo che il rapporto tra valori immobiliari e reddito nazionale era sempre sceso, dopo i massimi del 2006 (lo dice il dipartimento al Commercio di Washington): la crescita economica è però ancora sotto tono e più di un economista ritiene che un aumento del Prodotto interno lordo (Pil) tra il due e il 2,5% annuo sia il massimo che il Paese può strutturalmente raggiungere. Nel resto del mondo, in particolare tra le maggiori economie emergenti, gli alti tassi di crescita si stanno ridimensionando.
Perché, dunque, le Borse crescono? Cosa sanno che noi non sappiamo? Le ragioni che si tendono a dare per spiegare questo strabismo, o se si vuole decoupling tra mercato finanziario ed economia reale, sono fondamentalmente due. Che in teoria non si escludono ma che avrebbero alla fine risultati opposti.
La prima potrebbe essere definita la teoria allarmista, o dei non innovatori. Dice che il boom delle Borse è il risultato delle politiche monetarie espansive condotte da anni dalle banche centrali, in testa l’americana Federal Reserve che il presidente Ben Bernanke guida su una strada di politiche non convenzionali, con l’obiettivo di sostenere l’economia laddove le politiche di bilancio hanno fallito. E che abbiano fallito è indubitabile: l’enorme stimolo da 830 miliardi di dollari voluto da Barack Obama nel 2009 avrebbe dovuto, secondo i suoi economisti, fare scendere la disoccupazione al 5,5% a inizio 2013; mentre è ancora vicina all’8%. Per questo, Bernanke si è dato — e l’ha ribadito nei giorni scorsi — l’obiettivo di tenere i tassi d’interesse di fatto a zero fino a quando la disoccupazione non sarà scesa al 6,5%. In parallelo, ha dato avvio a un programma di acquisto di titoli sui mercati con lo scopo di sostenere una serie di asset — immobiliari e mobiliari — e fare così sentire gli americani più ricchi, tanto da farli tornare a investire e consumare.
Dibattiti
La discussione, molto politica, sul cosiddetto sequester — il taglio automatico di 85 miliardi di dollari di spesa pubblica nel 2013 — sembra del tutto secondaria, rispetto a questo quadro. E rispetto a un bilancio dello Stato di 3.800 miliari di dollari. È soprattutto uno scontro tra Casa Bianca e democratici da una parte e repubblicani dall’altra. Comprensibilmente, Wall Street ignora.
Politiche monetarie simili a quella della Fed sono in parte già iniziate in Gran Bretagna e l’arrivo del nuovo governatore della Bank of England, il canadese Mark Carney, dovrebbe rafforzarle decisamente. Stessa cosa in Giappone, reduce da un ventennio di «decrescita felice» — come la definisce Jim O’Neil di Goldman Sachs Asset Management — ormai diventata insopportabile e distruttiva: il nuovo primo ministro Shinzo Abe ha nominato governatore della Banca del Giappone Haruhiko Kuroda, che da almeno dieci anni consiglia una politica monetaria espansiva per battere le tendenze deflazioniste. La Banca centrale europea di Mario Draghi è limitata dallo statuto nell’andare oltre le sue funzioni di lotta all’inflazione ma, per combattere la crisi dell’euro, negli anni scorsi anch’essa è intervenuta massicciamente sui mercati acquistando titoli pubblici.
In questa situazione di grande liquidità — corre l’analisi di coloro che sono scettici su questi passi non convenzionali delle banche centrali — gli investitori hanno preferito mettere il loro denaro in asset finanziari e non nell’economia reale. E, dal momento che i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici sono bassissimi (quando non sono zero), hanno scelto le Borse. Se questa teoria è giusta, l’effetto collaterale dell’azione dei banchieri centrali sarebbe la creazione di nuove bolle. Che prima o poi si dovranno sgonfiare. Finale negativo, dunque.
L’altra teoria è quella di economisti come O’Neil, i quali sostengono che le Borse ci vedono bene. A parere dell’economista di Goldman Sachs, guardare le economie dei Paesi ricchi è ozioso: la vera storia della crescita è in Cina e nei Paesi emergenti. Tanto che prevede che nel decennio in corso l’economia del mondo crescerà in media di oltre il 4% l’anno, rispetto al circa 3,5% dei tre decenni precedenti. Le Borse lo capiscono e crescono di conseguenza. Questa è la teoria con happy ending.

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