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E ora su investimenti e banda larga il governo vuole più collaborazione

«Le scelte di governance di una grande azienda vanno seguite con rispetto e attenzione. L’auspicio è che un operatore di sistema come Telecom ritrovi la strada per impostare e realizzare investimenti strategici per lo sviluppo tecnologico e produttivo del nostro Paese». A parlare per il governo, ieri sera, è stato il ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, nella sua veste di presidente del Cobul (Comitato per la banda ultralarga).

Lo stesso De Vincenti che con un’intervista al Corriere della Sera , il 17 giugno scorso aveva portato alla luce il conflitto in corso tra il governo e Tim sulla realizzazione della banda larga nelle «aree bianche», le cosiddette zone a fallimento di mercato, quelle dove i privati non investono perché non redditizie (piccoli comuni, aree scarsamente popolate). Conflitto scoppiato dopo che Tim aveva annunciato a sorpresa investimenti in alcune aree bianche dove il governo aveva già stanziato fondi e fatto i bandi di gara (il primo vinto da Open Fiber di Enel) per la realizzazione dell’infrastruttura.

Ora il governo, come si legge tra le righe della breve dichiarazione di De Vincenti, pur rispettando l’autonomia di un’azienda privata che opera sul mercato, si aspetta due cose dal nuovo vertice dell’ex monopolista pubblico attualmente controllato dai francesi di Vivendi. 1) Che la società rilanci gli investimenti, puntando con decisione sulla fibra, la banda ultralarga, il 5G e i servizi innovativi, dando quindi prospettive di sviluppo industriale e occupazionale al gruppo in Italia. 2) Che il piano di sviluppo di Tim tenga conto del piano del governo teso a portare gradualmente la banda larga su tutto il territorio, comprese le zone a fallimento di mercato.

Come ha più volte sottolineato Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, il governo non vuole sovrapposizioni: dove investono i privati bene, dove non investono interviene lo Stato, che però ha risorse limitate e quindi si aspetta comportamenti lineari da parte degli operatori privati.

In questo senso, sostengono ai piani alti dei ministeri interessati, il problema non è mai stato Flavio Cattaneo in quanto tale, ma le scelte strategiche dell’azienda. Ed è qui che il governo si aspetta chiarezza di indirizzi anche dopo l’uscita del manager. Obiettivo, evitare inutili sovrapposizioni. Pur rispettando la libertà di mercato degli operatori, il governo auspica che nel settore ci sia la consapevolezza del ritardo accumulato dal sistema Italia sul fronte della banda larga.

Un ritardo da recuperare in una logica di sistema Paese, appunto. Dopo i tre bandi di gara per la realizzazione della banda larga nelle aree bianche (finora se ne sono conclusi due, con la vittoria nel primo di Open Fiber) ora tocca alle «aree grigie», quelle dove sono previsti solo parziali investimenti privati. Forse già la prossima settimana il governo presenterà al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) il piano d’intervento sulle aree grigie, altro banco di prova per l’auspicata collaborazione tra investimenti pubblici e operatori privati.

Con Cattaneo, diversi esponenti di governo si sono salutati e parlati in occasione della relazione del presidente dell’Agcom alla Camera, l’11 luglio scorso. Clima cordiale. I protagonisti, probabilmente, già sapevano come sarebbe finita. Compresa la maxi buonuscita da 25 milioni per il manager in uscita dopo appena 16 mesi di lavoro. Cifra che non ha destato poi tutta questa sorpresa tra i ministri e i sottosegretari vicini alla vicenda. Sia perché quella di Cattaneo non è la prima e non sarà l’ultima maxi liquidazione sia perché era noto tra gli addetti ai lavori che il contratto dell’amministratore delegato fosse particolarmente vantaggioso. Ma questo, si osserva, è un problema dove il governo non c’entra. Tim è un’azienda privata. Il rapporto tra la società e il manager riguarda le parti che hanno sottoscritto il contratto e gli azionisti, non certo l’esecutivo.

Enrico Marro

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