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Ora il tariffario è personalizzato

Onorari forfettari o compenso orario; palmario o patto di quota lite: sono alcune delle possibili tecniche di definizione del compenso dell’avvocato, che, abrogate le tariffe di categoria, è chiamato a stabilire un tariffario di studio da proporre ai clienti. Con la clientela i legali sono chiamati a stipulare contratti scritti, dopo avere fornito una esaustiva informazione sul costo presumibile del processo ed eventualmente dopo avere fornito un preventivo di massima (scritto se richiesto dal cliente). E dal 13 agosto 2012 obbligo per gli avvocati di dotarsi di una polizza assicurativa contro i rischi professionali. Sono queste in sintesi le novità portate da ultimo dall’articolo 9 del decreto 1/2012, a seguito delle modifiche apportate dalla legge di conversione n. 27 del 24 marzo 2012, in vigore dal 25 marzo 2012. L’obiettivo dichiarato è di favorire la concorrenza nel mercato delle professioni legali, anche se il provvedimento potrà avere l’effetto di calmierare i compensi per le toghe.

Vediamo di illustrare le ricadute pratiche delle ultime novità.

Le tariffe. Per quanto concerne le tariffe il decreto ha disposto l’abrogazione delle tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico.

Risolvendo un problema sorto a causa della formulazione originaria del decreto legge la legge di conversione ha dettato la disciplina per la liquidazione giudiziale degli onorari degli avvocati al termine di una causa. In questo caso il compenso del professionista sarà determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro della giustizia, da adottare nel termine di 120 giorni successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Fino ad allora (23 luglio 2012), in virtù di una disposizione transitoria, continuano ad applicarsi le tariffe forensi, anche se limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali.

Preventivo e contratto col cliente. Cosa diversa dalla liquidazione giudiziale è il contratto tra avvocato e cliente. A questo proposito l’articolo 9 in commento disciplina due fattispecie: il preventivo e il contratto con il cliente.

Per il preventivo la legge dispone che in ogni caso la misura del compenso è previamente resa nota al cliente con un preventivo di massima, che deve essere adeguata all’importanza dell’opera e che va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi. Inoltre il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell’incarico e deve altresì indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale.

Il preventivo non deve essere necessariamente fornito per iscritto e può essere «di massima»: la legge sembra chiedere al singolo avvocato di costruirsi il personale tariffario, così da fornire ai clienti la possibilità di confrontare i prezzi praticati.

Il preventivo deve essere articolato per voci di costo e quindi si potranno articolare le attività di consulenza, difensive e quelle accessorie di segreteria e di accesso agli uffici giudiziari.

Diverso dal preventivo è il contratto con il cliente, nel quale si pattuisce il compenso.

Mentre il preventivo potrebbe essere pattuito anche oralmente, ai sensi dell’articolo 2233 del codice civile, sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati e i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali.

Quindi il contratto con il cliente deve essere redatto in forma scritta.

A questo proposito l’articolo 9 prevede che il compenso per le prestazioni professionali deve essere pattuito, nelle forme previste dall’ordinamento, al momento del conferimento dell’incarico professionale.

Per il compenso è possibile usare anche una delle seguenti tecniche:

-forfait

-palmario

-patto di quota lite

-compenso orario (anche per le attività giudiziali).

Il compenso forfettario è quello che vincola l’avvocato a un compenso fisso, ma potrebbe dare adito a diversi problemi: se sottostimato potrebbe non essere remunerativo per l’avvocato e, quindi, essere contrario al principio di corrispondenza del compenso al decoro della professione; se troppo alto potrebbe essere disincentivante per il cliente a conferire l’incarico; d’altra parte l’avvocato potrebbe essere portato a stimare tutta la possibile attività con una lievitazione dell’importo.

Le altre fattispecie. Il palmario è il premio pattuito in aggiunta all’onorario per il caso di vittoria o di risultato positivamente valutabile per il cliente.

Il patto di quota lite è l’accordo con cui si stabilisce un compenso dell’avvocato esclusivamente in caso di vittoria (totale o parziale) ed è quantificato in una quota del risultato utile conseguito dal cliente.

Il compenso orario era già previsto dal Tariffario forense, ma solo per l’attività stragiudiziale (assistenza e pareri). Con le nuove disposizioni si può pattuire un compenso orario anche per l’attività giudiziale. Anche se questo obbliga ad una analitica registrazione del tempo impiegato. Peraltro è opportuno osservare una registrazione dettagliata delle attività svolte, qualunque sia la tecnica seguita di pattuizione del compenso.

Le tecniche di determinazione del compenso potrebbero anche essere combinate insieme: ad esempio un compenso fisso forfettario combinato con un compenso orario, oppure un compenso fisso forfettario combinato con un onorario aggiuntivo in caso di risultato favorevole o, ancora, un compenso orario ridotto con l’aggiunta di un onorario di risultato favorevole.

Quanto alle condizioni contrattuali, in relazione all’esigenza di poter tenere conto di eventi non prevedibili soprattutto dei processi, si possono inserire clausole di rinegoziazione del compenso o clausole pattizie alternative.

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