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Ora i BTp sono lontani da Atene

di Maximilian Cellino e Luca Davi

A dirlo sono i leader politici. A sperarlo sono gli investitori. A confermarlo sono per ora i numeri: l'Italia non è come la Grecia. Per quanto ripetuto all'infinito, il refrain andrebbe corretto: l'Italia c'entra oramai ben poco con la penisola ellenica e, ciò che è più importante, appare immune dal temuto effetto contagio. Da più di un mese a questa parte i cammini (e i destini) dei due paesi «periferici» dell'Europa sembrano essersi completamente separati. Basta guardare i rendimenti dei titoli di Stato, l'espressione più chiara e sintetica della rischiosità percepita dai mercati. Dopo essersi mossi in sincrono
a partire dallo scorso giugno (anche se ovviamente su livelli ben lontani tra loro) tra dicembre e gennaio le strade si sono divise. Dallo scorso 9 gennaio, il ritorno del BTp decennale italiano è crollato dal 7,15% all'attuale 5,57%, con una flessione del 22%. Contemporaneamente l'omologo bond governativo di Atene ha proseguito nella corsa sfrenata, vedendo ampliare la forbice sul Bund tedesco, con un ritorno salito dal 32,7% al 33,1%.
La carta italiana continua insomma a incassare attestati di fiducia da parte degli operatori. Dopo il buon esito delle aste dei BoT di lunedì, anche ieri i BTp hanno trovato nuove conferme tra gli investitori, tanto che il rendimento offerto in asta sulla scadenza triennale è sceso al 3,41%, atterrando così ai minimi da un anno. Un risultato importante, anche perché ottenuto nonostante il declassamento del rating italiano (da A2 ad A3) avvenuto nella serata precedente. Insomma, appaiono ben lontani i tempi (ma non erano neppure tre mesi fa) in cui i Btp triennali e decennali avevano entrambi superato il valore limite del 7%. Nell'asta del 29 novembre scorso, addirittura, quando il tasso arrivò al 7,89% per i titoli in scadenza nel 2014 e al 7,56% per quelli al 2022. Anche per i quinquennali è stato novembre il mese più difficile, con i rendimenti saliti per la prima volta oltre il 6 per cento.
Le ragioni del decoupling
Come spiegare l'ampliamento della forbice (il cosiddetto "decoupling") fra Roma e Atene? Gli investitori hanno capito, ovviamente, che i due casi sono ben distinti, ma hanno potuto farlo perché se in riva al Mar Egeo ci si continuava ad avvitare in una crisi che metteva di fatto a rischio le nuove tranche di aiuti da Fondo Monetario, Unione europea e Bce, in Italia i passi in avanti per sgombrare dai dubbi le menti dei mercati sono invece stati rilevanti. Gli sforzi del governo Monti, da una parte per risanare i conti del Paese e dall'altra per riguadagnare la credibilità perduta a livello internazionale, hanno avuto l'effetto sperato: di colpo, agli occhi degli investitori, l'Italia non era più il Paese da vendere a tutti i costi, e questo ha segnato definitivamente lo smarcamento dalla Grecia.
Certo, l'opera di convincimento non sarebbe stata possibile senza un «aiutino», che poi tanto piccolo non è, arrivato da Francoforte: è stata in fondo la Bce, inondando il mercato di liquidità con la maxi-asta a 3 anni di fine dicembre, a cambiare le carte in tavola. Banche e investitori, però, a quel punto hanno deciso di impiegare il denaro ottenuto a basso costo (1%) dove c'era spazio per portare a casa buoni guadagni senza al tempo stesso rischiare l'osso del collo: hanno quindi acquistato BoT e Btp, continuando a girare alla larga dalle obbligazioni della Grecia.
Le prospettive
Se è vero che Roma e Atene non vanno a braccetto, è anche vero che l'evoluzione della crisi nel Paese ellenico sarà comunque un elemento che potrà incidere (anche se in misura limitata) sulle prospettive dell'Eurozona. Per quanto piccolo e già svalutato al 50%, il debito di Atene, pari a 300 miliardi, qualora venisse messo definitivamente in sicurezza non rappresenterebbe più un'incognita per i mercati. E non sarebbe più l'alibi per dubitare della capacità del Vecchio Continente di saper controllare il virus della crisi del debito. Ne beneficerebbero quindi tutti i «periferici», dal Portogallo all'Italia. Proprio il nostro paese, secondo alcune stime degli analisti, potrebbe vedere assottigliare il suo spread sul Bund tedesco sotto i 300 punti base, riportando così il rendimento del decennale sotto il 5 per cento. Sarebbe anche un buon segnale per allontanare una volta per tutte lo spettro del contagio.

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