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Ora è sotto stress la spesa per interessi

di Morya Longo

Gli Stati di tutto il mondo dal 2007 a oggi hanno aumentato i debiti pubblici del 50%: ora hanno sulla testa un fardello da 52mila miliardi di dollari. L'84% di questo gigantesco debito si trova però nei soli Paesi industrializzati: Stati Uniti, Europa e Giappone in primis. Da questa parte del mondo il debito ha ormai mediamente superato la soglia del 100% del Pil: percentuale ben oltre i livelli di guardia. Nei Paesi in via di sviluppo, dall'Asia all'Africa, i debiti pubblici sono invece ben più contenuti: ammontano ad appena il 33% del Pil.

Bastano pochi numeri, basta una fotografia scattata dal «Sole 24 Ore» in mezzo alle migliaia di dati raccolti annualmente da Moody's su tutti i Paesi del globo, per capire come mai la crisi finanziaria stia colpendo il mondo cosiddetto avanzato: perché è cresciuto, almeno negli ultimi 10 anni, grazie al debito. E non stiamo parlando solo dell'Italia o della Grecia: tutto il mondo industrializzato ha usato questo volano (pubblico o privato) per lo sviluppo. Così oggi gli Stati Uniti hanno un rapporto debito/Pil al 100%, il Giappone al 233%, l'area euro all'88,6%. Ma solo l'Europa affonda sui mercati.

Europa contro tutti

La parola magica sui cui si è retto il gioco per anni è semplice: «rifinanziamento». I Paesi iper-indebitati hanno vissuto benissimo per decenni perché sono sempre riusciti a rimborsare i debiti in scadenza accendendo debiti nuovi: gli investitori prestavano i soldi, gli Stati emettevano titoli, le banche facevano girare il denaro. Questo meccanismo, che ha consentito benessere e prosperità per anni, è possibile solo se ci sono tre condizioni. Uno: serve la fiducia degli investitori, che devono comprare i debiti sotto forma di titoli. Due: è necessario un sistema bancario che faccia girare i soldi. Tre: serve la crescita economica.

Ebbene: la crisi scoppia oggi in Europa perché sono venuti meno tutti e tre i pilastri. Negli Stati Uniti, oppure in Giappone, ancora ne reggono almeno due. «La fiducia è venuta meno perché si è capito che in Europa non c'è nessuno che faccia da garante – osserva Paolo Bordogna, partner di Bain –. La Banca centrale europea non può agire da prestatore di ultima istanza, come fanno le banche centrali estere, e questo vuoto spaventa gli investitori». «Oltre al deterioramento della fiducia – osserva Mattia Nocera, Managing Director di Belgrave Capital Management – in Europa è cambiato il ruolo e il comportamento del sistema bancario: le nuove regole imposte dalla politica hanno costretto gli istituti di credito a fare marcia indietro e questo ha ridotto la circolazione del denaro». «In Europa ci si è illusi di risolvere i problemi mettendo dei vincoli alle banche – aggiunge Bordogna –, ma questo ha solo creato i presupposti per la recessione».

Così è venuto meno, in Europa, anche il terzo pilastro: se le banche non fanno circolare i soldi, la crescita economica affoga. Quindi le entrate fiscali diminuiscono e il debito pubblico diventa insostenibile. Un circolo vizioso che, allo stato attuale, non colpisce nessun'altra area del mondo. Ecco perché la bufera finanziaria si concentra in Europa e non altrove, sebbene di Paesi con bilanci deteriorati (si veda la grafica nella pagina a fianco) ce ne siano molti: gli Stati Uniti hanno un debito superiore alla media europea, il Giappone ha un fardello due volte e mezzo più grande (in proporzione al Pil).

Il circolo vizioso

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I Paesi europei sono oggi costretti a pagare tassi d'interesse elevatissimi per trovare qualcuno disposto a finanziarli: dato che gli investitori si fidano poco, l'Italia paga sui titoli di Stato decennali il 6,79%, la Spagna il 6,54%, il Belgio il 5%, la Francia il 3,5%. Tanto, troppo, se si considera che i Paesi che ancora godono di fiducia, per esempio gli Stati Uniti o la Germania, pagano tassi d'interesse decennali inferiori al 2%. Questo aumenta la spesa per interessi, che in Eurolandia già prima della bufera era prevista da Moody's pari al 6,7% delle entrate fiscali.

Ma il problema è che salgono i tassi d'interesse per tutti: secondo i dati di Societé Générale, le banche europee ormai subiscono costi proibitivi per trovare denari sul mercato. E quindi non li trovano quasi più. Rbs, sul mercato secondario, paga uno spread di 420 punti base sul tasso swap a 5 anni. Per Santander e Bbva gli spread sono intorno ai 460 punti base. «Questi sono tassi che impediscono alle banche di trovare finanziamenti a medio-lungo termine», scriveva ieri SocGen.

In questo contesto, Stati e banche d'Europa (percepiti ormai dagli investitori come rischi analoghi) dovranno rifinanziare nel 2012 circa 1.900 miliardi di euro di debiti in scadenza. Il dato, calcolato da Bain e mostrato a fianco, è gigantesco: significa che banche e Governi dovranno convincere gli investitori di tutto il mondo a prestare loro una montagna di soldi. Ma questo è l'amaro destino di chi ha tanti debiti: rincorrere i creditori col cappello in mano.

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