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E ora cresce il pressing per una mossa della Bce

BERLINO — La diffusione del coronavirus nel cuore manifatturiero dell’Europa — alcune delle regioni più affette sono Lombardia, Veneto, Baviera, Baden-Wuerttenberg e Nordreno-Westfalia — sta aumentando vertiginosamente i rischi di recessione in due Paesi chiave dell’euro, Italia e Germania. Ed è una dinamica che mette inevitabilmente sotto pressione la Bce, che non a caso ha già fatto sapere nella tarda serata di lunedì che è pronta a prendere «misure appropriate e mirate» per affrontare adeguatamente una «situazione in rapido sviluppo che crea rischi per le prospettive economiche e per il funzionamento del mercato finanziario». Ma dopo l’annuncio a sorpresa di ieri della Federal Reserve, che ha deciso il più robusto taglio dei tassi in un solo colpo dall’inizio della Grande crisi, cresce la pressione sui guardiani dell’euro guidati da Christine Lagarde perché si muovano nella stessa direzione è centuplicata. E non è un dettaglio, per un’istituzione in cui i “falchi” sono sempre in agguato.
Prima della sforbiciata della Fed, gli esegeti del linguaggio cifrato della Bce avevano interpretato il comunicato di lunedì come l’annuncio di una mossa di alta sartoria. Tanto che già ieri mattina circolavano ipotesi su una possibile iniezione di liquidità per le banche, disegnata in modo tale da incoraggiare prestiti a tassi bassissimi alle piccole imprese, quelle che secondo la stragrande maggioranza degli analisti rischiano di finire per prime sull’orlo del baratro. Una nuova operazione “Tltro”, insomma, ritagliata sulle esigenze della parte più fragile dell’industria.
Certo, qualche analista si è spinto anche oltre, ipotizzando un taglio dei tassi di riferimento sotto lo zero, ad esempio di 0,10 punti. Oppure, avanzando l’ipotesi che il Consiglio direttivo possa potenziare il cosiddetto “quantitative easing”, aumentare cioè gli acquisti dei titoli di Stato che la Bce ha già ricominciato a fare ogni mese.
Ma, puntuali come un orologio, i “falchi” della Bce hanno subito alzato la testa. Il governatore della Banca centrale austriaca, Robert Holzmann, ha chiarito che sosterrebbe una nuova operazione di liquidità ma non un abbassamento del costo del denaro. «Abbiamo bisogno di un taglio dei tassi? Dal punto di vista economico: no», ha detto il banchiere centrale molto vicino all’ultradestra austriaca Fpoe.
Al di là delle eventuali riserve dei “falchi” come Holzmann, la Bce ha tuttavia buone frecce al suo arco per motivare mosse più azzardate di politica monetaria di una semplice operazione di liquidità. Primo, la sforbiciata della Fed rischia di rafforzare troppo l’euro e indebolire l’export europeo, dunque un settore cruciale dell’economia che è già sotto pressione da mesi per le guerre commerciali e il rallentamento della Cina (che adesso potrebbe tramutarsi in un crollo). In secondo luogo, l’inflazione dell’eurozona è scesa tra gennaio e febbraio dall’1,4 all’1,2%, resta dunque lontanissima dall’obiettivo statutario del 2%. Per non parlare del fatto che alla riunione della Bce mancano otto giorni: in questa fase estremamente dinamica dell’epidemia da coronavirus, una piccola eternità.
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