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Ora Christine cambia passo e i banchieri?

Christine Lagarde, la presidente della Bce in carica dal 1° novembre, non ha ancora parlato e agito da banchiere centrale in senso stretto. Finora, le questioni tipiche di politica monetaria le ha scansate. Probabilmente, inizierà a entrarvi nel merito giovedì, 12 dicembre, quando terrà la sua prima conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio dei Governatori della Banca centrale europea. È l’inizio del suo cammino dopo l’era Draghi a Francoforte, il primo passo di un viaggio di otto anni durante i quali incontrerà, in media ogni 40 giorni, i giornalisti per parlare ai mercati. Per ora ha messo la firma, la prima di una donna, sulle banconote che verranno messe in circolazione in futuro. Per il resto, ha espresso concetti generali, più riferiti alla politica che alla situazione finanziaria.

L’approccio è comprensibile, dal momento che non ha ancora il pieno controllo della macchina della banca. Ma ha sollevato qualche critica e un certo scetticismo. La questione più recente, che si preannuncia centrale nell’impegno di Lagarde, riguarda i cambiamenti climatici, che intende mettere tra le variabili principali quando si tratta di definire le politiche della Bce.

Una delle prime iniziative che la presidente ha preso è la decisione di condurre una «revisione comprensiva» degli obiettivi della Banca centrale europea e degli strumenti a disposizione: è la prima revisione dal 2003 e durerà almeno un anno. In questa cornice, i cambiamenti del clima avranno uno spazio importante. Lei stessa ha citato quattro aree nelle quali le considerazioni sul riscaldamento del pianeta devono entrare nelle valutazioni della banca: le conseguenze del climate change vanno incorporate nei modelli analitici di previsione economica; i rischi devono essere presi in considerazione dalle banche; il fondo pensioni della Bce deve adeguarsi; soprattutto, e questo rischia di essere l’elemento più divisivo, l’approccio delle imprese al cambiamento climatico deve essere considerato nel programma di acquisti di titoli delle imprese stesse condotto dalla Bce. Un gruppo di 150 economisti, sindacalisti e attivisti verdi le ha scritto di «eliminare gradualmente» i bond di imprese carbon intensive dal portafoglio della banca, in sostanza di eliminarli dagli acquisti effettuati nell’ambito del Quantitative Easing (QE).

Climate Change e bilanci
Se alcune considerazioni possono essere condivise da tutti i membri del Consiglio dei Governatori, ad esempio la valutazione del rischio climatico nelle previsioni economiche, altre hanno già trovato opposizioni. A fine ottobre, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha messo le mani avanti. Ha detto: «Vedo molto criticamente la domanda di una politica monetaria verde, per esempio nella forma di un Green QE o di un privilegio mirato ai collaterali (cioè ai titoli che riceve la Bce a fronte di prestiti, ndr). Decisioni del genere non dovrebbero essere prese dalle banche centrali, perché non sono democraticamente legittimate». Le politiche ambientali e sul clima sono materia dei governi e dei parlamenti, a suo avviso, la Bce dovrebbe starne lontano perché altrimenti negherebbe il criterio di market neutrality al quale deve attenersi. Questa è una probabile area di conflitto futuro.

Altro scetticismo sulle recenti posizioni di Lagarde è arrivato da Germania e Olanda quando la presidente ha criticato i due Paesi per non avere effettuato investimenti pubblici nonostante abbiano un surplus di bilancio. La teoria che sottende alla richiesta di maggiori investimenti avanzata dalla presidente della Bce è che la politica monetaria da sola può fare poco — meno che in passato — nel caso di un forte rallentamento dell’economia o di una recessione e che comunque la combinazione di interventi monetari della Bce e fiscali dei governi avrebbe effetti molto maggiori. Il governo tedesco non ha però intenzione di investire in deficit, nonostante i tassi d’interesse bassissimi: la Germania ha in costituzione lo Schwarze Null, cioè il pareggio di bilancio o il surplus, obbligatorio se non per casi di grave crisi. E anche altri Paesi del Nord Europa sono prudenti nelle loro politiche fiscali.

Il deficit
Non solo. Più di un economista ha dubbi sul fatto che ci siano spazi di investimento significativi nei bilanci pubblici, almeno non tali da cambiare il quadro economico dell’Eurozona. «Che nell’Eurozona ci siano spazi fiscali è un’illusione», sostiene David Roche, presidente di Independent Strategy. «Pensiamo che gli investimenti pubblici nelle economie avanzate debbano essere aumentati — ha scritto in un rapporto la società di analisi Oxford Economics — ma siamo anche scettici che, di loro, possano salvare le economie dalla recessione nel caso di ulteriori choc negativi». Inoltre, lo studio nota che i forti investimenti pubblici effettuati in momenti di recessione sono poi seguiti da una caduta robusta degli stessi negli anni successivi. In altri termini, la pressione di Lagarde su alcuni governi affinché spendano di più rischia di essere vista come un diversivo dovuto alla difficoltà di fare un’efficace politica monetaria dopo anni di tassi d’interesse a zero e di ampi programmi di acquisto di titoli sui mercati da parte della Bce.

Alla conferenza stampa del 12 dicembre, dunque, Lagarde dovrà entrare nel merito della politica monetaria. Ha detto di condividere la posizione fortemente espansiva decisa da Mario Draghi in settembre. Proprio su quella, però, si sono alzate critiche da parte di alcuni governatori — tedesco, francese, austriaco, olandese — e di molti ex banchieri centrali. Durante un’audizione al Parlamento europeo ha sostenuto che «l’istituzione è abbastanza forte e ha affermato a sufficienza la sua reputazione tanto da potere effettivamente affrontare dissenso se e quando arriva».

Le servirà una notevole capacità di gestione dei 19 governatori e dei cinque membri del Comitato Esecutivo (sei con lei) per riuscirci. L’età del consenso, molto perseguita da Draghi, sembra volgere al termine per lasciare spazio a un confronto di posizioni meno unanime. Dal punto di vista della capacità politica e di gestione dei diversi interessi, Lagarde ha pochi pari al mondo, come ha dimostrato negli anni scorsi alla guida del Fondo monetario internazionale. Una banca centrale, però, è un animale speciale, ancora di più se lavora per 19 economie diverse. Durante la revisione delle politiche della Bce, nel prossimo anno, la presidente dovrà fare attenzione a non essere messa nell’angolo sul terreno in cui per ora è meno forte, la politica monetaria.

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