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«Ora 6 anni di riforme Ma per il Recovery il governo ci coinvolga»

Maurizio Landini, sa che il governo lavora a sgravi per chi rientra dalla cassa Covid e, durante sei mesi , su nuovi contratti permanenti?

«Non ce ne avevano ancora parlato — risponde il segretario generale della Cgil —. Non sempre gli incentivi hanno dato dei risultati. Se si offrono, occorre che siano finalizzati e non a pioggia. Sia per aumentare i contratti stabili, che per rafforzare le competenze e la riqualificazione. E per la salute e la sicurezza».

Questi sgravi sono le basi per togliere il blocco dei licenziamenti, a giugno l’industria e a ottobre il resto?

«Se questo è alternativo alla proroga del blocco dei licenziamenti, non siamo d’accordo. Ma siccome il blocco non è sine die, servono strumenti per la transizione nell’autunno e verso la riforma degli ammortizzatori sociali. Si possono azzerare i contatori della cassa integrazione, fare contratti di solidarietà, estendere i contratti di espansione per fare entrare i giovani con uscite anticipate dei lavoratori più anziani».

Chiedete licenziamenti bloccati per tutti fino a ottobre. Ma l’industria non è già in ripresa?

«Per chi non licenzierebbe, non cambia nulla. Ma anche nell’industria c’è ancora chi fa fatica. Vogliamo evitare che il sacrificio ricada su chi è più in difficoltà».

Con 4,5 milioni di disoccupati in Italia, scoraggiati inclusi, perché non aprire all’apporto di ricollocazione delle agenzie private?

«Il paradosso è che abbiamo la precarietà anche in chi lavora nei centri per l’impiego. Se ci confrontiamo con Francia o Germania, abbiamo occupate la metà delle persone nei centri per l’impiego pubblici. Io credo che il ruolo pubblico sia importante per il governo di questi processi, mi pare che sia una delle attività su cui occorre investire».

Non dirà che si fanno le politiche attive solo con centri per l’impiego pubblici e cassa integrazione…

«Nell’ultimo anno ci sarebbe stata un’esplosione sociale, se non si fosse protetto il reddito di chi non lavorava più. Ora bisogna arrivare a un sistema che sia universale, riducendo le forme di lavoro precario che sono troppe. Noi non difendiamo quello che c’è, siamo coscienti dell’esigenza di cambiare e riformare il Paese. Servono strumenti che permettano di gestire la riorganizzazione delle imprese, il cambiamento delle produzioni, la formazione di competenze nuove. Dico però che è illusorio pensare di gestire questi passaggi senza regole o con i licenziamenti».

Non sempre gli incentivi hanno dato dei risultati. Devono essere finalizzati e non a pioggia. Per aumentare i contratti stabili e per rafforzare competenze e riqualifi-cazione

Perché Cgil, Cisl e Uil chiedono di entrare nella cabina di regia del Recovery?

«È un orizzonte di sei anni e l’Italia deve fare bene, perché vogliamo che l’Europa in futuro rifinanzi un piano simile. Chiediamo di istituire con il governo un sistema strutturato di confronto e negoziazione preventiva. L’obiettivo è nuova occupazione per giovano donne e mezzogiorno. I lavoratori devono partecipare perché la sfida non è solo realizzare gli investimenti: è accompagnarli con riforme nel medio e lungo periodo, in modo da attrarre investimenti privati e tutti spingano verso un cambiamento del Paese. Se questo processo non è sostenuto da una base sociale vasta, rischia di non realizzarsi».

Sulle semplificazioni burocratiche aiuterete?

«Non abbiamo nulla in contrario a ragionarci. Ma due cose da evitare: la liberalizzazione dei subappalti e l’idea di reintrodurre le gare al massimo ribasso. Peggiorerebbero le condizioni di lavoro e di sicurezza».

Sul «Corriere» Sabino Cassese lamenta una «corsa per evitare i concorsi» nell’amministrazione. Così non si selezionano più figure capaci nello Stato, non trova?

«Abbiamo bisogno che nell’amministrazione entrino giovani e nuove competenze. Noi non abbiamo problemi a semplificare i concorsi o a trovare forme di concorsi che siano più veloci. Ma nel settore pubblico e nella scuola abbiamo una quantità senza precedenti di precari di lungo periodo, da stabilizzare. È una forzatura inaccettabile metterli in contrapposizione con chi un lavoro non lo ha».

Nella scuola i ragazzi caleranno di un milione in 10 anni. Stabilizzando i precari, addio concorsi…

«Le scuole vanno rafforzate. Non servono meno insegnanti, ne servono di più».

Sulle pensioni a 62 anni Elsa Fornero le chiede: «Chi paga?».

Il blocco dei licenzia-menti resta necessario. Ma siccome non è sine die, servono strumenti per la transizione nell’autun-no prossimo e verso il prossimo anno

«Domanda mal posta, in un Paese con 110 miliardi di evasione. Cos’hanno pagato quelli che nel 2012 videro la pensione allontanarsi di 7 anni per una riforma votata da tutti? Va ridefinito il sistema per dare certezze sui prossimi 15 anni ai giovani, alle donne, a chi svolge i lavori più gravosi. È giusto introdurre l’idea che a 62 anni uno possa decidere di uscire, sapendo che l’aspettativa di vita oggi è diversa a seconda del tuo lavoro».

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