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Opzione valida sull’intera attività

Possono avvalersi del regime di cassa i soggetti passivi con volume d’affari annuo non superiore a due milioni di euro (dieci volte maggiore, quindi, rispetto alla soglia fissata per l’accesso all’esigibilità differita di cui all’art. 7, dl n. 185/2008).

Va osservato che il limite di 2 milioni rappresenta il massimo consentito dall’art. 167-bis della direttiva comunitaria 2006/112/Ce, aggiunto dalla direttiva 45 del 2010 con effetto dal 1° gennaio 2013.

Il comma 2 dell’art. 32-bis stabilisce che il regime di cassa si rende applicabile previa opzione da parte del contribuente, da esercitare secondo le modalità individuate con provvedimento del direttore dell’agenzia delle entrate (in corso di emanazione).

Dalla disposizione parrebbe evincersi che l’opzione debba essere preventiva e che sarebbe sottratta quindi al principio del comportamento concludente di cui al dpr n. 442/97. In attesa di vedere se il dubbio sarà fugato dal provvedimento dell’agenzia, va detto che l’art. 6, comma 2, del decreto aggiunge che l’opzione ha effetto a partire dal 1° gennaio dell’anno in cui è esercitata, oppure dalla data di inizio dell’attività se esercitata in tale occasione.

Una volta esercitata l’opzione, il contribuente dovrà adottare il criterio di cassa per l’intera attività (eccetto che per le operazioni espressamente escluse dal regime, su cui appresso). Al riguardo, ci si deve chiedere se, in caso di esercizio di più attività con applicazione separata dell’imposta ai sensi dell’art. 36, dpr 633/72, l’opzione potrà essere esercitata limitatamente a una o più attività separate, senza estendersi al complesso delle attività. Una simile ipotesi sembrerebbe da escludere per le complicazioni gestionali (e i connessi rischi di errori), anche in considerazione delle ulteriori difficoltà connesse agli acquisti promiscui.

Tuttavia, la relazione illustrativa del decreto induce a diversa conclusione, laddove chiarisce che, nel caso di più attività separate, di cui una soggetta a regimi particolari di determinazione dell’Iva, per i quali è precluso il regime di cassa, questo regime potrà essere adottato per le operazioni poste in essere nell’ambito dell’attività soggetta al regime ordinario.

Il comma 5 dell’art. 4 del decreto, in conformità al comma 3 dell’art. 32-bis, prescrive che sulle fatture emesse dai contribuenti che adottano il regime di cassa deve essere riportata specifica annotazione, richiamando il citato art. 32-bis; la relazione illustrativa del decreto chiarisce però che l’eventuale omissione di questa specificazione costituisce violazione formale.

Infine, in caso di superamento del limite di due milioni nel corso dell’anno, l’art. 7 del decreto stabilisce che il regime di cassa cessa di applicarsi alle operazioni attive e passive effettuate a partire dal mese successivo a quello nel quale il limite è superato. Questo significa che i contribuenti trimestrali, in tale eventualità, potranno trovarsi ad applicare criteri differenti di liquidazione nel corso del medesimo trimestre e saranno quindi costretti a separare i periodi.

Il medesimo articolo 7 detta, infine, disposizioni per regolare il transito dal regime di cassa a quello ordinario, prevedendo che, in caso di superamento del limite o di revoca dell’opzione, nella liquidazione relativa all’ultimo mese in cui è stato applicato il regime di cassa occorre computare a debito l’Iva «in sospeso» (ossia quella fatturata in regime di cassa per la quale non è stato ancora incassato il corrispettivo); a partire dalla stessa liquidazione, inoltre, può essere esercitato il diritto alla detrazione dell’Iva non ancora pagata ai fornitori.

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