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Opzione-scorpori per lo Ior

La «relatio» della commissione cardinalizia d’inchiesta sul caso «Vatileaks» – che Papa Benedetto XVI ha voluto riservare direttamente al successore Francesco – contiene sicuramente elementi puntuali sull’anomalia-Ior nella più generale crisi di governance della Santa sede. Ma il vero “dossier Ior” sarà aperto dal nuovo segretario di Stato. Oltre ai diplomatici in corsa (vedi articolo a fianco), nell’immediato post-conclave vengono citati in quanto tali i cardinali “nominati” nella Sistina assieme a Jorge Mario Bergoglio: l’arcivescovo europeo Angelo Scola e il curiale nordamericano Marc Ouellet.
Chiunque sarà il nuovo inquilino della “terza loggia” vaticana, riguardo lo Ior dovrà comunque affrontare una vera quadratura del cerchio. Dovrà coniugare tre istanze: l’ispirazione dichiaratamente “francescana” del nuovo pontificato; il forte sollecito a fugare ogni ombra dalla banca vaticana, giunto da una vasta porzione del collegio cardinalizio; il mantenimento di un’istituzione finanziaria che viene tuttora giudicata non rinunciabile per un’entità statale come la Santa Sede. Al di là di alcuni radicali suggerimenti a considerare l’abolizione dello Ior come extrema ratio, l’alternativa di far confluire l’operatività presso un grande intermediario internazionale non sembra convincere: non da ultimo pesa ancora la memoria del crack Ambrosiano.
Nei conti dell’Istituto per le opere di religione le attività considerate “tossiche” non sono classici investimenti illiquidi o fonte di perdita. Sono invece alcune attività grey che contengono rischi reputazionali e regolamentari, nascondendosi dietro il formale vincolo statutario dell’istituto: la «custodia e l’amministrazione dei beni mobili ed immobili trasferiti od affidati all’istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati ad opere di religione e di carità». Sulla carta possono aprire conti allo Ior (oggi sono oltre 33mila) solo soggetti della Chiesa o della Santa Sede: semplici sacerdoti o cardinali; dipendenti vaticani e ordini religiosi; dicasteri, membri della famiglia pontificia e così via. Nei fatti, lo Ior è finito in inchieste penali per riciclaggio e la Santa Sede non ha ancora varcato pienamente la soglia della “lista bianca” dei paesi considerati a norma da Moneyval, agenzia del Consiglio d’Europa.
La creazione dell’Aif – una nuova authority finanziaria guidata dal cardinale Attilio Nicora – ha consentito progressi a una Santa Sede che vuole mantenere una banca sotto la propria giurisdizione, ma con frequenti attriti con la segreteria di Stato retta dal cardinale Tarcisio Bertone, molto gradualista nell’allineare gli standard di trasparenza finanziaria vaticana. Già nei giorni della Sede vacante – quando la commissione cardinalizia presieduta da Bertone, ha nominato in extremis Ernest von Freyberg nuovo presidente, nove mesi dopo il traumatico dimissionamento di Ettore Gotti Tedeschi- ha preso a circolare una prima ipotesi operativa per dare corpo agli orientamenti che ora sembrano essere stati sanciti dall’esito del conclave: sottoporre l’istituto a una due diligence e “scorporare” asset e altri business finanziari non coerenti con la missione ecclesiale dello Ior. I tempi per delineare una singolare «bad bank»? Negli ultimi giorni della sede vacante Bertone si è in teoria riconfermato per cinque anni al vertice della commissione cardinalizia, assieme a quattro colleghi. Ma sembra improbabile che il riassetto della Santa sede non tocchi concretamente la governance Ior: nella quale resta vacante la casella del «prelato» e il board reintegrato con il presidente affronta un rodaggio che non si annuncia facile.

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