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Opportunità dal risiko bancario

I piani di ridimensionamento della forza-lavoro che potranno riguardare fino a 35 mila persone. Le iniziative per rafforzare il capitale e adeguarlo ai nuovi standard internazionali. Le lotte di potere tra i grandi azioni e le voci di possibili offerte d’acquisto provenienti dai gruppi esteri. Infine il miglioramento degli indicatori di solidità grazie al calo dello spread tra Btp e Bund decennali.

Il settore delle banche italiane è nel pieno di un processo di profonda trasformazione, che merita di essere seguito da vicino anche dai piccoli risparmiatori, in vista di possibili occasioni d’acquisto per un comparto che da sempre è stato cruciale per gli equilibri di piazza Affari.

Quotazioni in rialzo. La maggior parte dei titoli bancari quotati a Milano oggi vale dal 50 all’80% in meno rispetto all’inizio della crisi, anche se i confronti con l’inizio dell’estate indicano un recupero di un terzo del valore. Quindi, il calo delle tensioni sul debito pubblico italiano, conseguente alle rassicurazioni della Bce sul futuro della moneta unica (oltre che alla sostanziale promozione dei nostri istituti di credito da parte dell’Eba, l’autorità bancaria europea), ha dato respiro ai gruppi del credito (che hanno in portafoglio quote importanti di Btp), e anche lo spazio di recupero resta molto ampio. Un altro strappo verso l’alto potrebbe esserci a breve, nel caso si riuscisse ad accelerare sul fronte della supervisione bancaria voluta dalla Germania, ma frenata dalla Francia (al momento l’intesa di massima prevede un processo per gradi, a partire dal 2013, ma in molti premono per accelerare).

I segnali di ripresa e i fattori di criticità. Ma l’andamento dei titoli bancari dipenderà anche dalle dinamiche interne, dopo un lungo periodo di contrazione tanto sul fronte dei prestiti alle imprese, che alle famiglie (-3% ad agosto nel confronto a 12 mesi, considerando che già un anno fa la situazione era considerata drammatica). Uno spiraglio positivo arriva dal fronte dei depositi, che secondo l’Abi a settembre sono cresciuti di quasi il 5% nel confronto anno su anno e del 3% nel confronto con il mese precedente, raggiungendo quota 1.158 miliardi, il valore più sostenuto da marzo 2010.

A conferma di potenzialità ancora inespresse giunge anche uno studio della Fondazione Rosselli, secondo il quale il modello della banca commerciale territoriale, profondamente radicato in Italia, sta reggendo meglio di altri il peso della crisi. Un approccio difensivo che tuttavia non è sufficiente a generare redditività. Per centrare l’obiettivo, spiegano gli autori dello studio, è fondamentale mettere in atto una serie di cambiamenti in termini di organizzazione, innovazione e produttività, anche per puntare sull’internazionalizzazione, in particolare verso i mercati emergenti.

Una sfida non facile se si considera che i nostri istituti di medie e grandi dimensioni sono per lo più controllati dalle Fondazioni, che hanno un forte radicamento territoriale (con quello che ne segue in tema di condizionamento da parte della politica). La riorganizzazione, inoltre, dovrà passare necessariamente per un ridimensionamento della forza-lavoro, imposta non solo da un’economia stagnante, ma anche dai processi di informatizzazione come l’avanzata dell’Internet banking (usato correntemente da un quinto degli italiani) e del cloud computing (che consente di esternalizzare buona parte dei processi It). Il tavolo delle trattative tra Abi e sindacati si è aperto da poche settimane, ma subito le parti hanno misurato le distanze sulla prospettiva di esuberi fino a 35 mila unità. Così si rafforza l’ipotesi di un’ondata di scioperi che rischia di compromettere la competitività internazionale dei nostri gruppi in un momento molto delicato.

Le stime degli analisti. Chi intende investire sul comparto bancario ha essenzialmente due opzioni: procedere all’acquisto dei singoli titoli oppure puntare su strumenti diversificati come i fondi comuni di investimento e gli Etf. Ricordando che si tratta di un settore spesso caratterizzato da un’elevata volatilità, vediamo quali sono le previsioni degli analisti in merito. Credit Suisse si mostra prudente sulle prospettive degli istituti di credito italiani perché i ritiene che i profitti resteranno sotto pressione nel prossimo futuro visto che i tassi d’interesse non dovrebbero aumentare e il ciclo del credito rimane debole. Così la banca d’affari elvetica ha espresso il giudizio «underperform» (cioè destinata a fare peggio del mercato) sia per Mps, che per Ubi Banca, mentre Unicredit e Intesa Sanpaolo si sono viste tagliare le stime di crescita dell’8-10%, pur confermando il giudizio «neutral».

Sul fronte dei debiti, Standard&Poor’s parla di un deterioramento in atto dei fondamentali, destinato a non invertirsi a breve. Da qui grande prudenza su titoli come Mps, Ubi e Banco Popolare. Diversa la prospettiva di Mediobanca, che è «buy» su Unicredit, affiancandosi alla valutazione di Banca Imi, mentre Goldman Sachs è «neutral» sull’istituto di piazza Cordusio. Ottimismo che prevale anche nei confronti di Banca Generali, fresca di giudizio «buy» espresso da Equita sim e da Banca Imi. Tutte valutazioni che restano sospese in attesa di conoscere l’evoluzione del mercato, che secondo diversi analisti potrebbe avviarsi a breve – proprio per via della debolezza dello scenario di fondo, che spinge a ricercare economie di scala – verso una nuova stagione di fusioni e acquisizioni, sostenendo le quotazioni delle aziende target.

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