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Opere dell’ingegno e social, il diritto è già diventato 4.0

Sempre più contenuti frutto dell’ingegno viaggiano sui social network. Naturale che cresca esponenzialmente l’attenzione su come vadano tutelati. E questo vale anche per la tv, per l’adv e, non da ultimi, per i settori della moda e dell’informazione.

«Un tema molto importante è la tutela del format di programmi televisivi», dice Michele Bertani, professore ordinario di diritto industriale all’Università di Foggia e special counsel di Orrick. «Pensiamo alla descrizione sintetica degli elementi caratteristici della trasmissione, destinati a connotarne l’intera serie.
Si pensi alle regole dei giochi, la sequenza delle varie fasi del programma, gli elementi ricorrenti della sceneggiatura delle diverse puntate, gli slogan, l’ambientazione scenica, e così via. La conflittualità sul tema è stata intensa, coinvolgendo due emittenti televisive quanto un’emittente ed un autore che ha fatto disclosure delle informazioni in via riservata. Ha prevalso l’orientamento che nega il carattere illecito della ripresa degli elementi contenutistici del format altrui, salvo che non si tratti di elementi dotati di carattere distintivo e proteggibili come marchi.

La strada per abbassare il livello di conflittualità ed equilibrare gli interessi contrapposti passa per qualche forma di autoregolamentazione, sul modello dell’autodisciplina pubblicitaria, che da decenni ha introdotto una forma assai efficace di tutela di stampo privatistico delle idee poste alla base delle réclame e dei messaggi promozionali».

Secondo Elena Martini, co-fondatore di Martini Manna, «le idee in quanto tali non sono tutelate dal nostro ordinamento.
Si tutela la modalità con cui queste idee vengono in concreto realizzate. Pensando al mondo del web e dello spettacolo, la cosa importante è analizzare a fondo l’opera e comprendere quale tutela sia applicabile e cosa sia necessario per ottenerla. Potrebbe valere la pena attribuire data e paternità certa all’opera, ovvero registrarne il nome o qualche particolare elemento grafico come marchio o disegno. Inoltre, in fase di realizzazione del progetto, può essere opportuno regolare contrattualmente sia la spettanza dei diritti d’autore, sia gli obblighi di riservatezza di eventuali collaboratori, per evitare divulgazioni che pregiudichino la successiva tutela. Prima si fa meglio è».

Per Roberto A. Jacchia, senior partner dello studio De Berti Jacchia Franchini Forlani, «oggi queste sfide si moltiplicano. Tra i media si è imposta con potenzialità esponenziali la piattaforma digitale. Ormai i contenuti proteggibili, come video e canzoni, vengono sempre più massicciamente diffusi in rete. Nel contesto della Strategia Ue per il Mercato unico digitale, emerge l’esigenza di trovare un punto di equilibrio fra la libera fruizione dei prodotti e dei servizi on line ed un imprescindibile alzo di livello nella lotta alle usurpazioni del copyright sulle opere digitali. Un diverso aspetto riguarda l’attuazione della c.d. direttiva Barnier (Dir. 2014/26/Ue). Mentre il legislatore europeo garantisce agli artisti la libertà di scegliere all’interno dell’Unione l’organismo a cui affidare la gestione collettiva dei diritti patrimoniali sulle loro opere, i criteri di delega adottati dal Governo per il recepimento della direttiva non prevedono l’abolizione dello storico monopolio della Siae.
Si sono scatenate delle «guerre dei diritti», fra la Siae e chi invoca la liberalizzazione del mercato Ue dei diritti d’autore (start-up in concorrenza e relativi artisti affiliati), che è già in atto in numerosi stati membri. È inevitabile che la configurazione e l’esercizio dei diritti di esclusiva si debbano riscrivere ed adattare ad un ambiente tecnologico, e ad un sottostante economico, in continua rapida evoluzione, nel quale sempre più premeranno, soprattutto dal mondo dei social media, spinte di libertà di difficile contenimento».

Secondo Silvia Grazioli, consulente italiano ed europeo in marchi e in disegni e modelli di Bugnion e componente del dipartimento sul diritto d’autore, «una strada che si sta affermando nella prassi è quella di registrare come marchio d’impresa il titolo del format televisivo e contemporaneamente depositare la scrittura relativa al soggetto del format nella sua futura strutturazione pratica, con battute, scenografia presso la Siae. È bene specificare però che il suo deposito ha soltanto una funzione cautelativa per tutelare la priorità dell’idea, non già il suo contenuto».

Passando alle violazioni che avvengono on line su contenuti protetti dal diritto d’autore, secondo Alessandro La Rosa, membro dell’Osservatorio Web Legalità, «in via di principio, anche per le violazioni dei diritti autorali commesse in rete valgono le regole generali del diritto in tema di responsabilità. Ogni condotta illecita che abbia procurato a terzi un danno fa scaturire il diritto del soggetto leso ad ottenere la cessazione dell’illecito ed il risarcimento del danno. Tuttavia, sul web è spesso difficile individuare ed aggredire gli autori diretti dell’illecito. L’alternativa è coinvolgere gli operatori che forniscono le infrastrutture per la commissione deglistessi (tra cui le video sharing platforms e i social network) i quali, peraltro, sono anche i soggetti che traggono i maggiori profitti dall’abusiva diffusione di contenuti di titolarità di terzi. La possibilità di agire nei confronti di tali operatori è riconosciuta dal consolidato orientamento giurisprudenziale che, andando ad interpretare i limiti di applicabilità del regime di esenzioni all’ordinario regime di responsabilità dettato dalle norme speciali di riferimento,ha stabilito che non può escludersi una responsabilità delproviderogni qual volta venga messo a conoscenza, da parte del titolare dei diritti lesi, della natura illecita dei contenuti messi a disposizione del pubblico attraverso la rete».

Con riferimento al recente fenomeno della diffusione di contenuti video su piattaforme social (come partite di calcio live, ndr) La Rosa aggiunge: «Questi principi sono certamente applicabili anche nei confronti dei c.d. social-network, sempre più spesso utilizzati dagli utenti non per condividere contenuti da essi creati ma, piuttosto, per lucrare attraverso l’uso non autorizzato di opere di terzi. Anche tali operatori, al pari dellevideo-sharing-platforms, smettono di essere agnostici rispetto alla violazione autorale realizzata dai propri utenti, nel momento stesso in cui vengono a conoscenza dell’esistenza dell’illecito.Illeciti che non rappresentano affatto dei casi eccezionali, al punto che anche primarie piattaforme (come Facebook) si riservano espressamente la facoltà di disabilitare l’accountdei propri utenti se colti a violare i diritti di proprietà intellettuale di terzi. Sorprendentemente tale iniziativa viene spesso adottata solo nei casi in cuigli stessi gestori delle dette piattaformeloriterranno«opportuno»: è evidente allora che tali operatori siano ben consapevoli, quanto meno, dell’astratta possibilità che i propri servizi possano essere utilizzati da terzi a fini illegali.Tali violazioni, in molti casi, possono essere contrastateanchegiudizialmente».

Infine, anche il mondo della pubblicità vive le sue fasi complesse. «Si è posto il problema di comprendere se l’acquisto in capo al committente dei diritti di utilizzo di un’opera pubblicitaria realizzata su commissione del cliente avvenisse a titolo originario o derivativo, ovvero se tali diritti nascessero direttamente in capo al committente per effetto del rapporto di committenza oppure si trasferissero a questi solo per effetto del negozio di cessione, nascendo originariamente in capo all’artista» spiega Massimo Tavella, fondatore di Tavella – Studio di Avvocati. La questione ha conseguenze particolarmente importanti sulla portata dei diritti oggetto di cessione. «Lo scorso anno la Cassazione ha emesso alcune decisioni davvero interessanti su questo fronte. La corte ha chiarito che il contratto di prestazione d’opera tra il creativo e l’agenzia pubblicitaria comporta l’acquisto in favore di quest’ultima dei diritti di utilizzazione economica dell’opera, nei limiti dell’oggetto e delle finalità del contratto, a titolo originario. Ciò ha risvolti significativi. Infatti, in mancanza di prova della pattuizione di limitazioni alla cessione dei diritti, questa deve presumersi avere ad oggettotutti i diritti senza alcuna limitazione. E poiché ricade su chi ha ideato il claim l’onere di provare l’esistenza di patti limitativi dell’utilizzazione economica dell’opera, la mancata regolamentazione per iscritto consentirebbe all’impresa uno sfruttamento illimitato e incondizionato dell’opera». Nello stesso senso il Tribunale di Milano ha ritenuto infondata la contestazione mossa alla Bmw da un soggetto che vantava dei diritti su un filmato pubblicitario, diffuso su un mezzo diverso (web) e in versione modificata rispetto a quanto pattuito. «Il Tribunale hariconosciuto che la Bmw, in mancanza di differenti accordi scritti, avesse acquisito pieni diritti di sfruttamento economico dell’opera, anche sul web, ivi compreso il diritto di rielaborazione del filmato al fine di renderlo fruibile agli utenti secondo le modalità adatte allo specifico mezzo. Questa tendenza estensiva della portata del contratto di cessione dei diritti di sfruttamento economico d’opera intellettuale suggerisce a creativi e agenzie pubblicitarie di adottare particolare cautela nel tutelare i propri diritti sin dalla redazione degli accordi contrattuali» conclude Tavella.

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