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Operazioni con l’estero, il fisco tende la mano alle imprese

Un fisco amico per le imprese che operano con l’estero. Il dlgs internazionalizzazione, approvato dal consiglio dei ministri del 17 luglio scorso dopo i pareri espressi dalle commissioni parlamentari, reca numerosi interventi, tutti finalizzati a dare maggiore certezza in campo tributario alle aziende, siano questi soggetti italiani che vendono oltre confine, siano player internazionali interessati a investire in Italia.

Gli strumenti previsti per la realizzazione di questo obiettivo sono di vario tipo. Innanzitutto il potenziamento degli accordi preventivi con l’amministrazione finanziaria, attraverso il miglioramento del ruling e con l’introduzione del nuovo «maxi interpello» per i grandi investimenti. Ma tra le misure debuttano anche istituti del tutto nuovi, mutuati dalle best practices internazionali, quali, per esempio, la branch exemption o le norme che definiscono i criteri di quantificazione dei valori fiscali di ingresso dei beni di impresa in caso di trasferimento della residenza in Italia (valide anche per sanare i casi di esterovestizione societaria).

Ulteriori adeguamenti derivano direttamente da pronunce della Corte di giustizia Ue. Per esempio in materia di consolidato nazionale. Viene consentito l’accesso anche ai gruppi societari in cui la controllante risulti residente in un altro paese Ue (senza detenere una stabile organizzazione in Italia) e le controllate, tra loro consorelle, siano invece collocate in Italia, permettendo a queste ultime di poter svolgere il consolidamento. Si adegua alla giurisprudenza europea anche l’exit tax, la cui riscossione potrà essere sospesa pure in caso di operazioni straordinarie intracomunitarie

Il decreto recepisce alcune delle recenti evoluzioni registrate in ambito Ocse in tema di stabile organizzazione, attraverso l’integrale riscrittura degli articoli 151 e 152 del Tuir. Viene eliminato il criterio della «forza di attrazione», contrario agli orientamenti dell’organizzazione parigina e alle convenzioni contro le doppie imposizioni. Via libera invece al principio della «funcionally separate entity», secondo cui la stabile organizzazione deve essere considerata fiscalmente come una impresa indipendente, distinta e separata dalla casa madre da cui promana, operante sul libero mercato in condizioni identiche o similari. Un approccio che in realtà Guardia di finanza e Agenzia delle entrate già utilizzavano da tempo, ma che ora trova legittimazione nel Tuir.

Senza dimenticare l’importante manutenzione che il dlgs opera con riguardo a discipline di taglio internazionale ormai consolidate, come Cfc o costi black list. Sul primo fronte, oltre al venir meno dell’obbligatorietà dell’interpello disapplicativo, la modifica più significativa è l’abrogazione del regime di tassazione per trasparenza per le società collegate (ex articolo 168 del Tuir), giudicato «anacronistico» da Assonime. Misura, questa, che l’associazione aveva richiesto da tempo, anche in considerazione del suo possibile contrasto con il principio comunitario della libera circolazione dei capitali, dato che la tassazione per trasparenza scattava a prescindere da un effettivo controllo di diritto o di fatto.

Salutato favorevolmente dagli operatori anche il restyling all’articolo 110, comma 11 del Tuir in materia di costi derivanti da transazioni con controparti localizzati in paradisi fiscali.

Tali oneri, finora indeducibili salvo prova contraria a carico dell’impresa, potranno essere scomputati al valore normale, purché le operazioni siano state effettivamente eseguite.

La necessità di confrontarsi con l’amministrazione finanziaria e dimostrare l’effettivo interesse economico, quindi, si avrà solo laddove il prezzo sia superiore al valore normale (fattispecie comunque non infrequente, magari perché a fronte del maggior costo sostenuto rispetto a quello di mercato l’impresa acquirente matura altri vantaggi di natura commerciale, finanziaria ecc.).

Da ultimo, ma non per importanza, all’ultimo momento palazzo Chigi ha deciso di inserire nel decreto internazionalizzazione un nuovo incentivo fiscale (stavolta in pianta stabile) per favorire il rientro dei «cervelli».

Il meccanismo agevolativo prevede che i lavoratori altamente qualificati che trasferiscono la residenza nel territorio dello stato beneficeranno per tre anni di una esenzione reddituale del 30% (si veda ItaliaOggi del 18 luglio 2015).

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