Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Operai giù del 5%, quadri su dell’11,5% così la crisi ha spaccato il pianeta lavoro

L’ITALIA si avvia a diventare sempre più un Paese nel quale il numero di chi comanda, organizza e dirige supera quello delle persone che “fanno”, producono, si sporcano le mani. Un mondo del lavoro che potrebbe trasformarsi in un apparato pieno dell’esperienza degli ultra cinquantenni, ma senza giovani a cui passare il testimone. Fenomeno che paradossalmente si è acuito proprio durante gli anni della crisi. A dirlo sono i dati Inps sui dipendenti privati (non agricoli), relativi agli anni 2008-2012, elaborati per Repubblica dalla società di ricerca Datalavoro.

In cinque anni in Italia si sono persi oltre 400mila posti di lavorodipendente, pari a una flessione del 3,3%, concentrata nelle fasce più “umili”, lavorativamente parlando, cioè tra giovani apprendisti (—158mila, pari al 25% in meno) e operai (-336mila, ovvero -5%). Mentre però nel primo caso solo il 3,8% era dipendente, nel secondo il dato è più preoccupante perché oltre la metà era contrattualizzata: quella delle tute blu, dunque, è stata la categoria che ha pagato più di ogni altra la crisi, specialmente nel settore delle attività manifatturiere e delle costruzioni. La crisi, al contrario, ha portato al boom di nomine, promozioni, gratificazioni professionali di chi lavora ai piani alti: le posizioni dirigenziali sono infatti diminuite di appena l’1,6% in cinque anni, mentre i quadri sono addiritturacresciuti dell’11,2%. Un dato che si porta dietro il fattore dell’età: «Le aziende non assumono per cui non c’è ricambio generazionale – spiegano da Datalavoro -. I dipendenti più giovani sono quelli che hanno sofferto di più questacrisi, mentre gli anziani si sono stabilizzati se non addirittura rafforzati».
Così, da una parte si assiste a una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato tra i 15-24enni (—31%), tra i 25-34enni (—18,9) e addirittura tra i 35-44enni (—4,2%), dall’altra a un incremento quasi speculare tra i 45-54enni (+14%) e tra gli ultra 55enni (+33%). Tendenze simili anche per i lavoratori con contratto a termine che, oltre a dover vivere con la minaccia della precarietà e del futuro, fanno anche i conti con una busta paga più leggera: nel 2012 un assunto definitivamente ha guadagnato 23.700 euro, uno “a scadenza” 9.300 (il 15% in meno rispetto al 2008). E se si è donna è ancora peggio: a parità di grado e di ore lavorate lei guadagna circa un quinto meno del collega maschio. Ma a sorpresa il reddito femminile, in termini reali, è stato eroso meno dalla crisi rispetto a quello maschile (—2,7% contro il — 4,3%) ed è migliorata anche laposizione del gentil sesso nelle organizzazioni del lavoro perché il numero delle dirigenti donne è aumentato del 16,6%. Un dato che fa riflettere, specialmente se confrontato con la flessione del 4% dei dirigenti in pantaloni. «Ancora una volta l’anello debole è rappresentato dai giovani, anche dal punto di vista delle retribuzioni» concludono gli esperti di Datalavoro. «I contratti a termine vengono pagati dal 14 al 20% in meno di 5 anni fa, gli indeterminati, quei pochi che vengono conquistati, dal 5,6 al 7,1% in meno». Un quadro, questo, che scoraggerebbe anche il più ottimista rappresentante della nuova generazione. Rottamato prima ancora di invecchiare.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Al bivio tra un’iniezione di "italianità", che potrebbe coincidere con l’acquisizione di Mps o...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Cronaca di un addio a lungo annunciato, ma non per questo meno traumatico (-4,96% il titolo in Borsa...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Estrema cautela». È questo allo stato dell’arte l’approccio di Cdp e dei fondi, Blackstone e...

Oggi sulla stampa