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Opec, niente tetto di produzione

Liquidare come un flop anche l’ultimo vertice dell’Opec è una facile tentazione. È vero, neppure stavolta ci sono stati tagli, né congelamenti della produzione di petrolio (come del resto chiunque aveva previsto). Ed è saltato anche il piano, di cui si vociferava alla vigilia, per reintrodurre un tetto produttivo ufficiale: un limite – sia pure solo di figura, perché storicamente l’Organizzazione l’ha quasi sempre violato – senza il quale il gruppo non potrà mai più deliberare interventi sul mercato. Fino a dicembre un tetto esisteva, anche se era fermo da dicembre 2008 all’irreale livello di 30 milioni di barili al giorno (oggi superato di circa 2,5 mbg).
L’Iran si è messa di traverso: «Non sono d’accordo. Senza quote individuali non avrebbe senso», ha dichiarato il ministro Bijan Zanganeh, rivendicando per Teheran una fetta di produzione pari al 14,5% del totale. Una richiesta inaccettabile per gli altri membri dell’Opec, tanto meno gli eterni rivali sauditi: oggi come oggi significherebbe la bellezza di 4,7 mbg, ossia 1,2 mbg in più rispetto a quanto l’Iran stia estraendo.
Il mercato ha reagito con delusione, affondando il barile di quasi il 2% alla conclusione del vertice, anche se il ribasso è stato poi recuperato, grazie al calo delle scorte petrolifere negli Usa: il Brent ha chiuso a 50,04 dollari dollari al barile (+0,3%)
Il vertice di ieri non può tuttavia essere considerato un totale fallimento, al pari degli ultimi due e dell’incontro di aprile a Doha, che avrebbe dovuto sancire un asse di ferro con la Russia e altri produttori non Opec, salvo concludersi con una clamorosa débâcle.
L’Opec è finalmente riuscita a eleggere un nuovo segretario generale, un risultato non da poco, che sblocca una situazione di stallo che durava da 4 anni: a sostituire il libico Abdallah El Badri, in carica dal 2006, sarà Mohammed Barkindo, candidato nigeriano, dunque di nazionalità abbastanza “neutrale” da non suscitare divisioni.
Altra novità, al prossimo vertice – fissato per il 30 novembre – ci sarà anche il Gabon: un piccolo produttore, con 215mila bg, che fa salire a 14 il numero dei Paesi membri, un record storico nei 56 anni di storia dell’Organizzazione.
I commenti di soddisfazione dei ministri si sono sprecati. Certo, il recente recupero dei prezzi del petrolio aiuta a rassenare gli animi: il barile è risalito di oltre l’80% dai minimi di gennaio. Ma si tratta comunque di un altro segno di discontinuità rispetto al recente passato, in cui polemiche e recriminazioni infuocate si rincorrevano pubblicamente.
Almeno la facciata, insomma, è stata restaurata. Ma ciò che conta davvero è che i lavori di ristrutturazione sembrano avviati anche all’interno dell’ormai scricchiolante edificio dell’Opec, con l’Arabia Saudita che – a dispetto di quanti prefiguravano un disimpegno – si è assunta il ruolo di capomastro.
Il neo-ministro dell’Energia Khaled al Falih, che alla vigilia del vertice aveva osservato un rigoroso silenzio, ieri non ha risparmiato le parole per spiegare e descrivere la sua visione dell’Opec: un’Organizzazione costretta forse a cambiare pelle, ma non certo condannata a morte.
Tutti gli altri hanno fatto il controcanto, a cominciare dal segretario generale uscente. «Nella mia carriera – ha avvertito El Badri – ho sentito dare per morta l’Opec almeno 5 o 6 volte , ma è sempre risorta più forte. È?un organismo vivo, che sa adattarsi ai cambiamenti».
Ripristinare un tetto di produzione era un’ambizione «prematura», ha concesso il saudita Al Falih, anche perché oggi «il mercato sta lavorando per noi», con un riequilibrio più rapido del previsto tra domanda e offerta: un processo che l’Opec deve accompagnare «con delicatezza, senza provocare shock al sistema». Nel prossimo futuro il gruppo dimostrerà di essere «in grado di fare molto più che discutere», ma prima occorre «individuare quale meccanismo riesca meglio a servire i suoi interessi».
Qualche dettaglio in più Al Falih l’ha dato in un’intervista ad Argus: l’Opec dovrebbe tagliare la produzione solo in caso di «circostanze di breve termine, come era stata la crisi finanziaria globale», ma astenersi «in altre situazioni, come l’aumento nel lungo termine dei barili marginali». Tradotto: lo shale oil e tutte le altre produzioni ad alto costo. A tal fine bisogna evitare prezzi del petrolio troppo alti, che incoraggerebbero la concorrenza e deprimerebbero la domanda.
Il prezzo di equilibrio, verso cui l’Opec deve indirizzare «con delicatezza» il mercato, è «quello che produce un’espansione dell’offerta appena sufficente ad accompagnare la crescita della domanda».

Sissi Bellomo

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