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Tra Opa e delisting, lo stillicidio di Piazza Affari

L’Opa su Astm, promossa da un veicolo che fa capo alla famiglia Gavio affiancata dal fondo di private equity Ardian, ha lo scopo dichiarato del delisting. Più facile con lo status di non quotata, secondo l’azionista di maggioranza, riorganizzare la società autostradale. Anche per l’offerta su Isagro l’obiettivo dichiarato è il delisting con il progetto di integrare la società di agrofarmaci e biostimolanti nel gruppo acquirente dell’americana Gowan, che era già presente nell’azionariato. Uscita dal listino e integrazione nel gruppo acquirente, la Ion Capital di Andrea Pignataro (accompagnata dal fondo di private equity Fsi), sono anche gli obiettivi dell’ultima l’Opa annunciata che porterà Cerved fuori dalla Borsa.

Una raffica di operazioni che sembrano dare ragione a un recente studio della Consob che, analizzando 13 anni di offerte pubbliche di acquisto, ha concluso che mai come oggi le Opa hanno avuto come motivazione principale il delisting. Su 174 casi analizzati dal 2007 al 2019, 109 avevano come scopo l’uscita dalla Borsa. Si potrebbe obiettare che il problema è che di vere scalate non se ne vedono più da un pezzo, che il controllo si tiene anche restando appena sotto la soglia dell’Opa e che quando c’è troppo affollamento nell’azionariato si può sempre ricorrere alla lista del cda per rinnovare il board senza correre rischi. Ma questo era vero anche prima e ciononostante le Opa da delisting sono balzate dal 50% del 2015 al 90% del 2019. Un fenomeno che semmai si è ancor più intensificato negli ultimi tempi come dimostrano i casi recenti, dove tra l’altro spesso l’Opa non è il mezzo per raggiungere il controllo, ma la conseguenza del passaggio del controllo senza possibilità di contesa.

Nel 2020 Borsa italiana ha contato 21 operazioni di delisting completate, di cui 10 sul segmento principale dell’Mta e 11 sull’Aim, il mercato dedicato alle piccole e piccolissime imprese. C’è stata effettivamente un’accelerazione rispetto alla media che nell’ultimo decennio registra 16 titoli in uscita all’anno. Ma il 2020, pur essendo stato investito in pieno dalla pandemia, non è stato l’anno di picco a questo riguardo: nel 2003 dal listino erano stati cancellati infatti 27 nomi e nel ’97 24. Il 2021 invece è partito col piede giusto per battere il record: cinque le revoche finora – Capital for progress all’Aim, Buzzi Unicem risparmio, Ima, Massimo Zanetti Beverage, Techedge all’Mta – cui si aggiungerà presto la società immobiliare Nova Re, quotata anch’essa all’Mta. In cantiere ci sono poi le operazioni su Astm, Isagro e Cerved.

Delle operazioni da inizio 2020, 12 erano motivate da esigenze di riorganizzazione societaria, in cinque casi le revoche erano dovute allo scioglimento di Spac per non aver trovato il target, mentre cinque erano le situazioni di crisi aziendali con ritiro del titolo dalla quotazione per la perdita dei requisiti e due per fallimento della società.

Borsa italiana non si è allarmata più di tanto visto che lo scorso anno, nonostante tutto, ha assistito al debutto di 22 matricole. quasi tutte sull’Aim. Ma per gli autori dello studio Consob il dato preoccupante emerso è che c’è un problema di disaffezione generale alla quotazione (che non riguarda solo l’Italia e anzi forse il mercato italiano meno di altri), tant’è che l’aumento dei delisting non è più correlato all’andamento negativo delle quotazioni. Ostacolare i delisting sarebbe un boomerang – una barriera all’uscita diventa una barriera all’ingresso – ma una riflessione di sistema, meglio se allargata a livello europeo, sarebbe opportuna. Londra sta cercando di agire sulle regole per incentivare le Ipo, ma forse da questo lato della Manica la leva migliore da azionare è quella fiscale. Un argomento convincente anche di fronte alla concorrenza, sempre più agguerrita, del private equity.

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