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Opa Camfin, Consob valuta rialzo-prezzo

Consob apre la procedura che potrebbe portare a un rialzo del prezzo d’Opa su Camfin. Ma Lauro 61 non ci sta e comunica che «ricorrerà al Tar del Lazio contro tale decisione, così come contro ogni altra connessa e conseguente». Inoltre la newco ha espresso il proprio «disappunto» per la «diffusione a mercati aperti del provvedimento in questione» in assenza, «peraltro, di qualunque indicazione in merito alle sue motivazioni». La sola ipotesi che il valore dell’Opa possa essere rivisto al rialzo ha evidentemente fatto scattare gli acquisti su Camfin che ha chiuso le contrattazioni di ieri in aumento dell’8,02% a 0,86 euro. Di fatto, però, la Commissione ha reso pubblica la decisione dopo averla comunicata a Lauro 61, ossia il veicolo di Marco Tronchetti Provera, Clessidra, Intesa Sanpaolo e UniCredit che ha promosso l’offerta sulla holding a 0,80 euro ad azione, e lo ha fatto per evitare che vi fosse asimmetria informativa.
Detto questo, in virtù del nuovo contesto, sempre su delibera della Consob, è stato prorogato il termine di adesione all’Opa, altrimenti in scadenza oggi, fino al prossimo 27 settembre. Prima di quella data, una volta ricevute le argomentazioni di Lauro 61, che dovranno pervenire nei prossimi cinque giorni, l’Autorità dovrà stabilire l’eventuale ritocco al prezzo. Ma cosa ha spinto Consob ad avviare la procedura per il rialzo del prezzo? La Commissione ha comunicato di essersi mossa sulla base di quanto stabilito dall’articolo 106 del Testo Unico della Finanza al comma 3. Più nel dettaglio, è la lettera d al punto uno e due che chiarisce l’ambito normativo all’interno del quale ha agito la Commissione. Fondamentalmente sono due la ragioni che consentono a Consob di alzare il prezzo di un’Opa, la prima è quando «l’offerente o le persone che agiscono di concerto con il medesimo abbiano pattuito l’acquisto di titoli ad un prezzo più elevato di quello pagato per l’acquisto di titoli della medesima categoria»; la seconda è quando «vi sia stata collusione tra l’offerente e uno o più venditori». Al momento non è dato sapere a quale delle due fattispecie si sia appigliata Consob ma tra i tasselli chiave ci sarebbe certamente l’operazione compiuta direttamente su titoli Pirelli, ossia la vendita di un pacchetto del 6,89% da parte di Allianz e Fondiaria Sai ai Malacalza a un prezzo di 7,8 euro ad azione, inferiore agli 8,8 euro segnati dalla Bicocca il 5 giugno scorso. Per Consob, in altre parole, l’arrivo di Lauro 61 in Camfin rilevando le quote dei Malacalza, il rientro dei genovesi al piano di sotto (in Pirelli) e l’accordo di questi ultimi con Tronchetti per deporre le armi sarebbero tre tappe di un’unica operazione. E nell’ambito di tali passaggi Malacalza avrebbe accettato di cedere le azioni Camfin a un prezzo tenuto basso perché avrebbe avuto a sconto il 7% della Bicocca. Va detto, rispetto a ciò, che Allianz aveva deciso di smarcarsi dal patto Pirelli da tempo e che FonSai, pur operando ancora nel sindacato, non aveva più alcun interesse strategico nella partecipazione. Entrambi, quindi, erano ben disposti rispetto ad ogni proposta che ne agevolasse l’uscita.
La risposta di Tronchetti.
A prescindere da quale sia l’appiglio legale, Lauro 61 ha deciso di dare battaglia: ricorrerà al Tar e si è riservata «ogni valutazione circa future iniziative a tutela dei propri diritti». Questo perché, lo ha ribadito la società nel comunicato diffuso ieri in serata, la newco è convinta della «correttezza del proprio operato che trova peraltro conferma anche dall’esame di tutte le carte di lavoro e dalla documentazione ufficiale relativa all’iter del processo interno che ha condotto i soci di Lauro 61 ad approvare l’operazione su Camfin». Inoltre, la newco ha voluto anche rimarcare che «né la struttura dell’operazione né il prezzo dell’Opa sono stati oggetto di accordi con Malacalza o terzi» e che di tutto ciò «è stata fornita evidenza alla Consob». Già in precedenza Lauro 61 aveva sottolineato che l’intera operazione era stata studiata senza il coinvolgimento degli imprenditori genovesi rimarcando la «totale» separazione delle operazioni Camfin (il riassetto con uscita dei Malacalza) e Pirelli (l’ingresso dei genovesi nel gruppo degli pneumatici con quasi il 7%).
L’affare dei Malacalza
Mettendo in fila i numeri, si può in ogni caso dire che i Malacalza possono essere soddisfatti della transazione. La ragione è semplice, rinunciando alla quota in Camfin hanno incassato complessivamente 160 milioni, ossia 0,8 euro ad azione. Secondo lo studio di alcuni analisti, per concorrere alla determinazione di quel valore si deve attribuire a Pirelli (che contribuisce per oltre il 99% alla determinazione del target price di Camfin) un prezzo vicino a 11 euro e applicare uno sconto holding nell’intorno del 35%. Per avere il 7% della società degli pneumatici i Malacalza hanno però pagato 7,8 euro a titolo.

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