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Onere della prova leggero a carico del contribuente

Si parla impropriamente, talvolta, di onere della prova a carico di una delle due parti in causa, nelle controversie tributarie: per dedurre una spesa, bisognerebbe dimostrarne l’inerenza, per l’abuso del diritto il contribuente dovrebbe provare che non ha conseguito un vantaggio illecito, o è l’amministrazione a dover provare il contrario. E ancora, ai fini del redditometro, il contribuente dovrebbe fornire una serie di prove.
In molti casi, però, la questione nemmeno si pone, perché la controversia non riguarda un fatto – che è per sua natura oggetto di prova – ma delle valutazioni (ad esempio, se ci sia stato o meno un indebito vantaggio fiscale). E le valutazioni non sono, invece, soggette a prova. Cerchiamo, dunque, di mettere alcuni punti fermi.
Le rettifiche sul reddito
Bisogna partire dal principio che chi vuole fare valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (articolo 2697 del Codice civile). Occorre poi considerare la struttura del reddito di impresa, quando le rettifiche fatte dall’amministrazione riguardano questa tipologia di reddito.
Il reddito d’impresa deve essere considerato nella sua unitarietà, data dalla contrapposizione tra componenti positivi e negativi. In questa struttura unitaria, non si può pensare che la deduzione di una spesa o di un costo rappresenti una norma di favore: se così fosse, si potrebbe pensare, per assurdo, che il reddito è dato solamente dai componenti positivi. Il reddito di impresa va dunque considerato in una visione unitaria del risultato economico dell’attività. In questo modo, le spese e i costi non sono contrapposti al reddito, ma ne costituiscono imprescindibili elementi, per determinare questo risultato economico. Tale situazione risulta assolutamente diversa, rispetto a quando si deducono, ad esempio, degli oneri da quadro RP, che sono slegati dalla fonte reddituale.
Nella struttura unitaria del reddito di impresa, quindi, se l’amministrazione finanziaria effettua rettifiche del risultato economico, deve attenersi alle regole stabilite dall’articolo 39 del Dpr 600/1973 e dalle prove in generale.
L’inerenza di una spesa
Ad esempio, una questione che normalmente si pone è quella dell’inerenza di una spesa. Se l’amministrazione ritiene che una determinata spesa non sia inerente, non si ha affatto un automatico presunto onere di prova per il contribuente. L’onere di prova si trasferisce al contribuente solo se ci sono presunzioni legali (relative), che invertono l’ordinaria regola in base alla quale l’onere probatorio – in presenza di fatti che necessitano di essere provati – spetta all’amministrazione finanziaria. Quest’ultima ha dunque precisi oneri di prova e di motivazione della sua pretesa impositiva (prova e motivazione, peraltro, non sono la stessa cosa e agiscono su piani diversi). A ogni modo, nel caso dell’inerenza, il problema della prova normalmente neanche si pone. La prova riguarda i fatti. Nel caso dell’inerenza, non sono quasi mai i fatti a essere messi in discussione, cioè se una spesa, ad esempio, sia stata sostenuta o meno. Il contrasto tra le parti è per definire se la spesa sia in qualche modo collegata con l’attività esercitata (questo è il concetto di inerenza). Si tratta, quindi, di una questione valutativa, per la quale pare improprio parlare di prova e di oneri probatori. C’è invece un onere di allegazione dei fatti a fondamento delle rispettive tesi, più che di prova.
Si può pensare di trovarsi di fronte a una prova per presunzioni al limite quando l’amministrazione, ritenuta una spesa troppo alta (ad esempio, i compensi degli amministratori), la ammette in deduzione parzialmente in misura percentuale (di norma, sul risultato dell’esercizio). In questo caso, si è in presenza di presunzioni semplici: queste impongono, comunque, sempre al Fisco di provare (per prima) che gli elementi presuntivi abbiano i caratteri di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’articolo 2729 del Codice civile.

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