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Omissioni reiterate, sanzioni ai contribuenti

La reiterazione per più anni degli inadempimenti fiscali, imputati alla infedeltà del professionista incaricato, è sintomo del mancato espletamento di quell’attività di controllo che spetta pur sempre al contribuente, anche quando lo stesso abbia demandato lo svolgimento di tali funzioni al proprio commercialista. In tal caso, le sanzioni tributarie rimangono a carico del contribuente, poiché l’assenza di controllo non consente di affermare l’assenza di colpevolezza nell’omissione, che è presupposto per la mancata applicazione delle stesse.

È quanto si legge nella sentenza n. 6930/2017 della Corte di cassazione. Il caso nasce dall’impugnazione di quattro avvisi di accertamento, derivanti dall’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi per gli anni dal ’99 al 2002, con relativa omissione di ogni pagamento di imposte. Il contribuente sosteneva di esser stato truffato dal proprio commercialista e per tale ragione chiedeva quantomeno lo sgravio delle sanzioni, atteso che non poteva ritenersi colpevole delle condotte a lui ascritte. I ricorsi non hanno avuto successo nei gradi di merito e, tantomeno, in Cassazione. Il collegio di Piazza Cavour ha ricordato come, nell’ambito delle sanzioni tributarie, occorre che il comportamento posto in essere sia volontario e colpevole (cioè compiuto con dolo o negligenza). La prova della non colpevolezza, necessaria per non rispondere delle sanzioni, incombe tuttavia sul contribuente. Lo stesso contribuente, del pari, è tenuto a operare una sorta di vigilato sul comportamento posto in essere dal professionista incaricato: in altri termini, una volta conferito il mandato al commercialista, è compito del cliente assicurarsi che lo stesso faccia il suo dovere e porti a termine gli adempimenti.

Valutando il caso di specie, la Cassazione ha evidenziato come la reiterazione negli anni dei comportamenti omissivi deve leggersi come una totale mancanza di vigilanza sull’operato del professionista e, quindi, una negligenza imputabile al contribuente. Nessuno sconto, in tal caso, può esservi sulle sanzioni, poiché viene a mancare il requisito della non colpevolezza: i profili di colpa del contribuente, in particolare, risiedono nell’assenza di controllo sull’operato del commercialista, fatto che a sua volta si desume dal perdurare negli anni degli inadempimenti.

Il ricorso per Cassazione proposto dal contribuente è stato, dunque, respinto; nulla per le spese, in assenza di attività difensiva della controparte.

Nicola Fuoco

[omissis] 1.- Il collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.

2.- Infondato è l’unico motivo di ricorso, con cui si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 6 del dlgs n. 472/97, emergendo la mancanza di dolo o colpa dall’essersi il contribuente affidato a un professionista che l’ha truffato.

3.- In tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, occorre che l’azione o omissione causativa della violazione sia volontaria, ossia compiuta con coscienza e volontà, e colpevole, ossia compiuta con dolo o negligenza, e la prova dell’assenza di colpa grava sul contribuente (tra varie, Cass. 3 giugno 2015, n. 11433).

Spetta dunque all’Ufficio provare, anche mediante presunzioni semplici, i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria vantata; spetta all’opponente che voglia andare esente da responsabilità

dimostrare di aver agito in assenza di colpevolezza (Cass., sez. un., 30 settembre 2009, n. 20930, resa con riguardo in generale alle sanzioni amministrative). È espressione di queste regole l’art. 5 del dlgs n. 472/97, a norma del quale «nelle violazioni punite con sanzioni amministrative ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa».

4.- Nel caso in esame, pacifici sono i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria, dati dall’omessa presentazione delle dichiarazioni annuali per diversi anni e dall’omissione degli ulteriori adempimenti contabili di cui dà conto la narrativa della sentenza impugnata. Di contro, anzitutto non è configurabile l’ipotesi codificata dal 3° comma dell’art. 6 del dlgs n. 472/97, giacché non si discute del -mero- omesso pagamento del tributo, sibbene dell’omissione di tutte le attività dichiarative a esso prodromiche e funzionali. Inoltre, il contribuente non ha provato la mancanza della propria colpevolezza, non emerge che egli abbia vigilato sul corretto adempimento dell’incarico affidato; anzi, la reiterazione per più anni degli inadempimenti evidenzia l’omissione di qualunque riscontro in ordine allo svolgimento delle attività da espletare. Irrilevante, nonché malamente veicolata nella censura di violazione di legge, è poi la ricognizione delle attività prodromiche alla denuncia del professionista, che comunque non esclude i profili di colpa dinanzi evidenziati.

5.- Il ricorso va quindi respinto. Nulla per le spese, in mancanza di attività difensiva.

Per questi motivi la Corte rigetta il ricorso.

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