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Omesso versamento, nuova pena

La pena detentiva breve per l’omesso versamento dei contributi che supera 10 mila euro, reato non depenalizzato, può essere sostituita con quella pecuniaria. Non sussiste alcun automatismo fra l’illecito e l’insolvenza dell’imprenditore.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 17103 del 26 aprile 2016, ha accolto il ricorso del rappresentante legale di una società condannato a un mese di reclusione per l’omesso versamento di ritenute e contributi pari a 14 mila euro. La terza sezione penale, con una interessante motivazione, ha precisato che il beneficio può essere concesso nonostante l’evasione superiore ai 10 mila euro non sia stata depenalizzata. Infatti, hanno spiegato gli Ermellini, la sostituzione delle pene detentive brevi è rimessa a una valutazione discrezionale del giudice, che deve essere condotta in osservanza dei criteri di cui all’art. 133 c.p., prendendo in esame, tra l’altro, le modalità del fatto per il quale è intervenuta la condanna e la personalità del condannato ed è consentita anche in relazione a condanna inflitta a persona in condizioni economiche disagiate, poiché la prognosi di inadempimento, ostativa alla sostituzione in forza dell’art. 58, secondo comma, legge n. 689 del 1981, si riferisce soltanto alle pene sostitutive di quella detentiva accompagnate da prescrizioni. La Corte territoriale invece ha negato la conversione della pena detentiva in quella pecuniaria sul rilievo, ritenuto assorbente, della mancanza di prova della solvibilità del condannato, della quale, per quanto si legge in sentenza, sarebbe lecito dubitare «attesa la tipologia di reato contestato». L’omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori, in altri termini, sarebbe per i giudici di merito di per sé sintomatico dell’incapacità patrimoniale del condannato. Ma la Cassazione non ha aderito a questa tesi.

Debora Alberici

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