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Omesse ritenute, la crisi «salva»

La crisi aziendale può condurre all’assoluzione dell’imprenditore accusato di omesso versamento delle ritenute. Sulla strada aperta pochi mesi fa dal Gip di Milano, arrivato a un proscioglimento da identica contestazione per effetto dei ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione, si colloca ora, con ampia motivazione, il tribunale di Novara. Il giudice unico della città piemontese ha così detto di no alla richiesta del pubblico ministero, che aveva chiesto la condanna a 5 mesi di detenzione per il legale rappresentante di una coop al quale veniva imputato il mancato versamento di ritenute e Iva per il 2006.
Il giudice, nell’affrontare il tema della colpevolezza del rappresentante, sottolinea in termini generali, come deve essere escluso il dolo del reato di omesso versamento quando il sostituto d’imposta non ha potuto adempiere all’obbligazione tributaria perché la società affrontava una situazione di grave mancanza di liquidità per fattori del tutto estranei alla sfera di controllo dell’imprenditore. Fattori che non possono essere attribuiti a una mala gestio e tali da provocare una illiquidità non prevedibile né evitabile.
La prova di questa situazione, ovviamente, «non rientra nella nozione di prova della colpevolezza costituente onere della pubblica accusa, bensì rientra nella nozione di “prova contraria” o “contro prova” o, come anche si dice, “prova di non colpevolezza”: ciò che declina, in sostanza, in un elemento di segno contrario, portato dalla difesa, che vuole “scalfire” un quadro probatorio già in sè idoneo a delineare un fatto tipico, antigiuridico e colpevole e che, come tale, non può che gravare sulla difesa stessa».
Tocca alla difesa muoversi, dunque. E, nel caso esaminato, la difesa si è effettivamente mossa, portando la testimonianza del consulente fiscale della coop al momento dei fatti. E il consulente fiscale ha attestato che la crisi di liquidità che ha colpito la coop fin dall’inizio della sua operatività non è dipesa da atti di cattiva gestione posti in essere dal management, quanto piuttosto dalle condizioni contrattuali in base alle quali la cooperativa aveva iniziato la sua attività di installazione e manutenzione di impianti idraulici. Condizioni che non si erano rivelate realistiche nel senso che ogni sessione di installazione impianti richiedeva, alla prova dei fatti, un numero di ore lavorative maggiore di quello prospettato in sede contrattuale, con l’effetto di sbilanciare da subito il costo del lavoro rispetto ai ricavi delle installazioni.
Situazione critica sin da subito quindi. Che ha condotto il management alla decisione di sciogliere mettere in liquidazione la società. Il rappresentante legale, nominato liquidatore, ha immesso nuova finanza attingendo anche al proprio patrimonio personale, nella coop, con l’obiettivo di ripianare il debito.
In questo modo si è riuscito a fare fronte alla pagamento dell’arretrato per i dipendenti e a un primo piano di rientro concordato con Equitalia in seguito a una prima cartella esattoriale a proposito dell’omesso versamento di contributi Inps sullo stipendio dei dipendenti: «accordo confluito nella sigla di un piano di rateizzazione dell’esposto, le cui scadenze sono, sino a questo momento, sempre state onorate dall’imputata». Analoga richiesta di rateizzazione era stata poi avanzata a Equitalia anche per i debiti fiscali, ma questa non era stata accolta.
Una successione di eventi che fa concludere al giudice che, visto che il dolo riguarda il profilo soggettivo del reato, e che l’atteggiamento psicologico del rappresentante legale era sempre stato indirizzato a evitare l’omissione dei versamenti fiscali, a quest’ultimo non può essere imputato nulla. Tanto più che la diversa decisione sulla rateizzazione verrebbe a mettere nelle mani di Equitalia la decisione sulla rilevanza penale della condotta.

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