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Oltre 500 cause. Fondazioni liriche a rischio collasso

MILANO
Sono orchestrali, coristi, ballerini, tecnici. Tutti contro i teatri dove hanno lavorato con contratti a termine, chi per qualche mese, chi anche solo per qualche giorno, lavoratori che ora reclamano in tribunale l’assunzione a tempo indeterminato, più gli arretrati. E si parla di cause seriali: 122 ricorsi al giudice del lavoro all’Opera di Roma, 26 al Comunale di Firenze, 42 all’Arena di Verona (di cui 22 ballerini nonostante il corpo di ballo sia in dismissione), 7 al San Carlo di Napoli, 11 al Massimo di Palermo… 507 è il numero complessivo delle cause pendenti contro le fondazioni liriche italiane. Un’enormità, segno che il caso “bollente” del Petruzzelli di Bari, dove tutti i lavoratori a tempo determinato hanno fatto causa, con 181 vertenze di orchestrali, 233 complessive, è la punta dell’iceberg che rischia di affondare l’intero sistema.
Se la magistratura dovesse dare ragione ai ricorsi si parla infatti di oltre 20 milioni di euro di costi in più per l’organico per le 14 fondazioni (di cui 9 già in stato crisi) e di oltre 32 milioni di euro necessari per pagare i risarcimenti. Qualche mese fa il Regio di Torino, per esempio, è stato condannato al reintegro di 2 lavoratori, al pagamento di 12 mensilità e di 18.000 euro di spese legali. La Scala risulta che abbia scelto la transazione assumendo, si dice, 90 lavoratori per bypassare il tribunale e non rischiare di pagare anche i risarcimenti, i quali all’Opera di Roma raggiungerebbero gli 11 milioni di euro, al Massimo di Palermo 1milione e 250mila euro, all’Arena di Verona ben 5 milioni e 100 mila euro in una situazione dell’ente già difficile. Mercoledì il commissario Carlo Fuortes incontrerà i sindacati con la proposta di un “part time verticale”, chiudere per due mesi l’attività, con un taglio del 16 per cento nello stipendio annuo di tutti i lavoratori: «Così in tre anni l’Arena si rimetterebbe in piedi», spiega. «Se non ci sarà l’accordo entro il 30 giugno, l’alternativa è la liquidazione ». Come si è arrivati a una situazione così borderline che mette a rischio la sopravvivenza del sistema? «Dipende dall’ambiguità dell’identità giuridica delle Fondazioni lirico-sinfoniche», spiega Cristiano Chiarot, sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia e presidente dell’Anfols, l’associazione dei teatri d’opera. «Dal ’98 noi siamo fondazioni private, ma con una serie di oneri e obblighi da fondazioni pubbliche. Una norma di legge prevedeva la nullità delle assunzioni non fatte attraverso concorsi come è per la pubblica amministrazione. Invece una recente sentenza della Corte Costituzionale l’ha dichiarata illegittima». «Giustamente. Quella era una volgare e offensiva scorciatoia legislativa per nascondere le malefatte di qualcuno», è il commento di Massimo Cestaro, segretario generale della Slc- Cgil. Ma Chiarot, che alla Fenice ha perso dieci cause su dieci fatte da lavoratori a tempo determinato, replica: «Nessuno vuole mettere in discussione i diritti dei lavoratori , ma qui si parla di rivendicazioni non suffragate da nulla. Le Fondazioni, per la loro specificità, dovrebbero poter accedere ai contratti a termine e una maggiore elasticità dell’organico. Produrre un’opera di Strauss o Mahler richiede un numero di musicisti molto più ampio di un’opera di Mozart». E Fuortes: «In un momento in cui il sistema delle Fondazioni liriche grazie alla legge Bray stava trovando un equilibrio produttivo e un rilancio, la sentenza della Corte Costituzionale apre un altro fattore di criticità».
I teatri sperano nel ministro Franceschini. «Si è preso la delega per una legge di riordino», dice Chiarot, «gli chiediamo un ordine giuridico chiaro, in modo da sapere se ce la faremo ad andare avanti o no».
Anna Bandettini
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