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Ok senza bilanci

L’imprenditore che non tiene le scritture contabili incorre solo in una sanzione amministrativa e non in una condanna penale. L’articolo 10 del dlgs 74 del 2000 punisce infatti soltanto chi occulta o distrugge la contabilità.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 28581 del 6 luglio 2015, ha annullato con rinvio la condanna a nove mesi di reclusione inflitta a un imprenditore di Milano che, rimasto in carica come prestanome per meno di un anno, era finito nel mirino degli inquirenti per occultamento delle scritture contabili.

L’uomo aveva lamentato che di non aver alcuna colpa della mancata tenuta dei documenti dal momento che era solo una testa di legno.

Ma questa prima tesi sostenuta dalla difesa non ha fatto breccia presso i Supremi giudici i quali hanno chiarito come, in astratto, anche per lui il reato fosse potesse configurarsi.

In sentenza si legge infatti che il ricorso, su questo aspetto, è manifestamente infondato quanto alla pretesa che dalla qualifica meramente formale di amministratore per conto di altri non dovrebbero eventualmente derivare responsabilità per il reato di occultamento di scritture contabili.

Per la Cassazione, tuttavia, mancava la prova del dolo della distruzione delle scritture. Su questo punto la sentenza di condanna è stata infatti annullata con rinvio alla Corte d’Appello di Milano.

In proposito la terza sezione penale ha chiarito che la condotta sanzionata dall’art. 10 del dlgs 74 del 2000 è indubitabilmente solo quella, espressamente contemplata dalla norma, di occultamento o distruzione delle scritture contabili obbligatorie e non anche quella della loro mancata tenuta, espressamente sanzionata in via meramente amministrativa dall’art. 9 del dlgs. n. 471 del 1997. In altre parole, la fattispecie criminosa dell’art. 10 cit. presuppone l’istituzione della documentazione contabile.

Ora la condanna è stata annullata e sarà la Corte d’appello di Milano a rivalutare interamente il caso alla luce del principio di diritto richiamato in motivazione dagli Ermellini.

La decisione non mette tutti d’accordo: la Procura generale della Suprema corte, nell’udienza tenutasi lo scorso 3 giugno, ha chiesto invece di dichiarare l’inammissibilità del ricorso dell’imprenditore.

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