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Ok del Senato alla fiducia: sprint sui costi della politica

Il decreto Regioni vede la luce della conversione in fondo al tunnel. Incassato ieri l’ok del Senato sulla quarantasettesima fiducia del Governo Monti, il Dl 174 è da oggi all’esame della Camera che dovrebbe licenziarlo, in via definitiva e senza modifiche, venerdì. Con due giorni di anticipo rispetto alla dead line del 9 dicembre. Ma c’è un nodo ancora da sciogliere: il recupero nella legge di stabilità delle due norme sul terremoto espunte giovedì scorso dal maxiemendamento dell’Esecutivo e non reinserite. A differenza della clausola di salvaguardia per gli “enti in rosso” che, eliminata anch’essa in un primo momento, è poi ricomparsa in una versione corretta del testo.
L’effetto-terremoto si è fatto sentire anche sul tabellino parlamentare. La fiducia è passata con 194 sì, 58 no e 14 astenuti. Ma vanno registrati il voto contrario di tre senatori emiliani del Pdl (Carlo Giovanardi, Alberto Balboni e Filippo Berselli) e l’assenza di quattro loro colleghi e conterranei del Pd (Giuliano Barbolini, Mariangela Bastico, Maria Teresa Bertuzzi e Leana Pignedoli). Degno di nota è inoltre il niet di 14 esponenti campani contrariati dall’assenza di un condono edilizio.
Pensato per arginare il boom dei costi della politica nelle autonomie il decreto 174 si è presto trasformato in un provvedimento omnibus, come dimostrano le schede qui accanto. L’esame appena terminato a Palazzo Madama ha ribadito questa tendenza. Si pensi alla “blindatura” del regolamento sull’Imu della Chiesa e del no profit oppure all’estensione dello stesso tributo immobiliare alle fondazioni bancarie. Quanto al terremoto – in attesa di sapere quale soluzione il tavolo tecnico istituito lunedì prenderà sull’estensione ai contributi della rateizzazione tramite la cessione del quinto e sull’accesso ai prestiti agevolati delle aziende danneggiate solo indirettamente dal sisma – va segnalato il recepimento nel Dl 174 del mini-decreto 179 che ha esteso i benefici ai lavoratori autonomi.
Passando ai contenuti core del provvedimento, affidati agli articoli 1 e 2 del testo che riguardano i controlli della Corte dei Conti e il giro di vite sulle spese regionali, non sono molte le novità da segnalare rispetto alla versione licenziata in prima lettura alla Camera. Dove è stato eliminato il controllo preventivo di legittimità dei magistrati contabili sui singoli atti di Regioni ed enti locali e il giudizio di parifica. Lasciando in vita solo quelli sul bilancio preventivo e sul consuntivo e la possibilità di bloccare un programma di spesa senza copertura. Tra i cambiamenti voluti da Palazzo Madama va segnalato solo la riduzione a 30 giorni del termine entro il quale La Corte dovrà “vidimare” i rendiconti dei gruppi.
Gruppi che vedranno ridursi i contributi a 5mila euro annui per consigliere così da adeguarsi alla Regione benchmark individuata dai governatori a fine ottobre, vale a dire l’Abruzzo. Mentre per l’abbassamento a 7.400 euro netti dello stipendio dei presidenti e a 6.200 per quello dei consiglieri la scelta è caduta, rispettivamente, sull’Umbria e sull’Emilia Romagna. Su questo punto potrebbero esserci novità ulteriori oggi quando la Conferenza delle Regioni dovrà fissare i criteri omogenei per calcolare la spesa efficiente per il personale dei gruppi e l’importo benchmark degli assegni di fine mandato. Entro il 23 dicembre tutte le amministrazioni regionali (tranne Lazio, Lombardia e Molise che a breve torneranno alle urne) dovranno poi adeguarsi a tali parametri e al taglio del 30% dei membri di giunte e consigli disposto dalla manovra di ferragosto del 2011 ma finora ignorato. Chi non lo farà subirà una decurtazione fino all’80% dei trasferimenti erariali, eccetto sanità e trasporto locale. Ferma restando la sanzione accessoria per gli assessori e i consiglieri dei territori inadempienti che rischieranno di rimetterci fino al 50% degli emolumenti.
“No news bad news” infine sui vitalizi. Il doppio requisito dei 66 anni di età e dei 10 di consiliatura non si applicherà alle autonomie che li hanno aboliti. Con l’effetto paradossale di esentare dalla norma “anti-Batman” proprio Fiorito & Co. Il Lazio infatti ha già legiferato da tempo per la loro trasformazione in pensioni di tipo contributivo.

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