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Ok all’avvocato senza studio

L’obbligo di eliminare le barriere architettoniche non si estende sugli uffici legali, perché i difensori legali non sono tenuti ad avere necessariamente uno studio. Lo esprime il consiglio di Stato, nella sentenza 653/2021, sul ricorso intrapreso dall’Ordine degli Avvocati di Parma, che spiega come l’obbligo non può essere intrapreso soprattutto perché gli studi legali non sono equiparabili a luoghi pubblici o luoghi all’aperto. Questo perché nel 2007 il consiglio comunale di Parma approvò una variante sul regolamento edilizio, «nella parte in cui ricomprende, fra gli edifici aperti al pubblico, anche gli studi professionali di avvocati iscritti nell’elenco dei difensori d’ufficio e abilita ti al gratuito patrocinio». Da qui il ricorso presso il TAR, che però venne respinto. E per questo l’ordine parmense degli Avvocati presentò il ricorso al consiglio di Stato che, esaminando nel concreto la vicenda, decise di dare ragione al comitato. «L’effetto concreto di queste norme è poi quello di obbligare i titolari degli studi professionali – si legge nella sentenza – a sostenere l’onere delle opere richieste di cui si è detto; si tratta, per quanto interessa, degli avvocati iscritti agli elenchi dei difensori abilitati al gratuito patrocinio». Ma esaminando in punto di diritto il consiglio osserva che «né la legge professionale 31 dicembre 2012 n. 247, relativo al “domicilio”, né il codice deontologico forense – spiegano i giudici – obbligano l’avvocato, per esercitare la sua professione, ad avere la disponibilità di un ufficio a ciò dedicato. In particolare la legge prevede solo che egli abbia un “domicilio”, ovvero in termini semplici un recapito ove essere reperibile e ricevere gli atti ma non vieta che esso, al limite, coincida con la propria abitazione. Pertanto – concludono i giudici – l’apertura di uno studio come comunemente inteso rientra nella libera scelta del professionista. Inoltre, lo studio legale, anche quando esiste, non è di per sé luogo pubblico o aperto al pubblico». Risolvono il nodo i giudici del consiglio precisano che «non va quindi condivisa l’affermazione del giudice di primo grado nella specifica disciplina delle barriere architettoniche».

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