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Ok alla rivalutazione quote in Bankitalia

La Banca d’Italia si trasformerà in una public company, una società a capitale polverizzato nella quale «nessuno ha il controllo». Lo ha spiegato ieri il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, nel presentare il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri che rivaluta le quote di via Nazionale e fissa un tetto al possesso per il quale ciascun partecipante al capitale non potrà detenere, direttamente o indirettamente, una percentuale superiore al 5 per cento. «E questo – ha osservato il ministro – lascia la porta aperta a investitori europei». Il provvedimento è dunque finalizzato a ridurre l’attuale concentrazione delle partecipazioni (oggi, per effetto dei processi di fusione e acquisizione avvenuti negli scorsi anni, a Banca Intesa e Unicredit fa capo il 64,6% del capitale di Palazzo Koch) rendendo le quote scambiabili sul mercato e ad allargare la compagine azionaria in direzione di una proprietà molto più frazionata e diffusa. Ma la riforma della governance della Banca centrale italiana permetterà anche alle banche di far valere le loro quote di partecipazione al capitale di via Nazionale rivalutate nelle prove d’esame su scala europea dell’anno prossimo, occasione in cui verrà sottoposta a verifica la loro forza patrimoniale. «È un passaggio importante verso la soluzione delle partecipazioni in Bankitalia» ha commentato ieri il ceo e consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina.
Quanto al parere della Bce, che dovrebbe arrivare all’inizio della settimana prossima, il ministro ha spiegato che il governo si è mosso nel solco delle indicazioni già espresse da Francoforte: «Siamo in contatto con la Bce e abbiamo l’opinione positiva della Consulenza legale della Bce ma il parere deve essere formalmente approvato dal Consiglio dei Governatori e questo richiederà qualche giorno in più. In ogni caso, ha aggiunto, «per quanto riguarda le preoccupazioni della Bce in termini di mantenimento dell’indipendenza della Banca centrale questo è un passo nella giusta direzione. Le quote del capitale della Banca d’Italia verranno polverizzate, diffuse tra tutto il sistema bancario». Saccomanni ha tra l’altro chiarito che non esiste un collegamento diretto, ai fini della copertura fiscale, tra l’abolizione della seconda rata dell’Imu e la rivalutazione delle quote della banca centrale italiana. Un’operazione che pure, a regime, cioè quando l’intero processo di riassetto azionario sarà completato, dovrebbe produrre un gettito tributario di circa un miliardo, perché il decreto-legge stabilisce che le rivalutazioni iscritte in bilancio saranno assoggettate a un’imposta sostitutiva del 12 per cento.
Con la norma in tre articoli approvata ieri, Bankitalia viene autorizzata ad aumentare il proprio capitale, mediante utilizzo delle riserve statutarie, fino a un ammontare di 7,5 miliardi (attualmente il capitale sociale di palazzo Koch è fermo a 156mila euro, l’equivalente dei 300 milioni di lire stabiliti nel 1936); in seguito all’aumento del capitale, il valore unitario delle quote sarà di 20mila euro. Ai partecipanti verranno distribuiti dividendi annuali del valore massimo del 6% del capitale (una cifra intorno ai 450 milioni a fronte dei 70 milioni distribuiti nel 2012). Le quote di partecipazione, recita la riforma, potranno appartenere a banche, aventi sede legale in Italia o in uno stato membro della Ue; imprese di assicurazione e riassicurazione, con sede in Italia e nella Ue; le fondazioni bancarie (e questa è la new entry fra i soggetti autorizzati a detenere il capitale); enti e istituti di previdenza e assicurazione con sede in Italia insieme ai fondi pensione.
Nella norma è inoltre prevista la possibilità per la Banca centrale di acquistare le partecipazioni eccedenti durante un periodo transitorio, in attesa della creazione di un vero mercato delle quote. Infine il provvedimento abroga una disposizione contenuta nella legge 262 del 2005, rivelatasi inapplicabile, che contemplava un possibile trasferimento allo Stato della proprietà di Bankitalia.

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