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Ok al «concordato» per Cesare Paciotti

Il via libera da parte del Tribunale di Macerata alla richiesta di concordato preventivo le ha offerto la ciambella di salvataggio non solo per bloccare istanze di fallimento ma anche per concentrarsi su un piano di espansione all’estero.
Per l’azienda di Cesare Paciotti – due stabilimenti a Civitanova Marche, Macerata, per la produzione di calzature e accessori di lusso – inizia adesso una nuova fase. Da un lato dovrà sganciarsi progressivamente dal mercato italiano per concentrarsi sulla domanda di made in Italy di alta gamma proveniente da oltreconfine. Dall’altro dovrà onorare il pagamento dei debiti accumulati anche nei confronti dell’erario.
Una strada ancora tutta in salita, con due commissari giudiziali, indicati dal Tribunale: spetterà a loro il compito di illustrare ai creditori la proposta di concordato che la griffe dello spadino aveva depositato lo scorso dicembre (la prossima udienza è prevista in ottobre). Il piano prevede la cessione di immobili, partecipazioni societarie e flussi finanziari. I creditori in prededuzione e quelli privilegiati saranno rimborsati al 100% mentre a quelli chirografari andrà solo il 40%.
L’azienda marchigiana si è impegnata a risanare il bilancio e a pagare anche i debiti tributari. Per adesso dovrà versare 150mila euro, un terzo della somma stimata per far fronte alla procedura. Nessun contraccolpo, almeno fino ad ora, sui livelli occupazionali. Non sono infatti stati dichiarati esuberi. I dipendenti (un centinaio) restano al lavoro con il ricorso alla cassa integrazione ordinaria solo in funzione delle esigenze produttive. L’azienda, a partire dai primi anni della crisi, era rimasta intrappolata in una tagliola. Radicata prevalentemente sul mercato domestico ha dovuto fronteggiare il crollo della domanda interna ma anche la crisi finanziaria dei clienti retail. «La procedura del concordato preventivo – conferma l’ad Marco Calcinaro – è dipesa prevalentemente dagli effetti della recessione in Italia». Condizione che in pochi anni ha portato l’azienda a bruciare il 40% del fatturato. Con l’inversione di rotta il brand punta su Europa Occidentale e Orientale e sull’Asia.
I tempi sono strettissimi. L’obiettivo è portare il fatturato estero a circa un 72% rispetto al totale delle vendite. Un traguardo da raggiungere entro la fine del 2016 con un completo ribaltamento del peso del volume d’affari generato dalla domanda italiana e di quello prodotto dai mercati esteri. Le vendite in Italia, negli anni immediatamente precedenti la recessione rappresentavano circa il 75% del fatturato complessivo. Quota che nell’arco di un anno e mezzo dovrà scendere al 28% dei ricavi. Prevista anche una riduzione dei tredici punti vendita monomarca in Italia.

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