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Ogni 5 anni la revisione degli sgravi, compensi ridotti per Equitalia. Jobs act oggi i decreti. Telecamere, linea dura

Il Consiglio dei ministri di oggi passa in esame cinque decreti attuativi della delega fiscale. Nella bozza una delle modifiche rispetto alle regole attuali stabilisce che le agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditure , dovranno essere confermate, modificate o cancellate ogni cinque anni. Nel frattempo, sugli sconti fiscali è previsto comunque un monitoraggio annuale. Un’altra misura riguarda la riorganizzazione delle Agenzie fiscali che «ai fini del contenimento dei costi, riducono di non meno del 10% il rapporto tra personale dirigenziale e personale non dirigente». Lo stesso decreto deve, tra l’altro, provvedere a indicare una soluzione per garantire l’operatività delle agenzie. Una conseguenza dell’intervento della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimi i funzionari facenti funzioni. Il provvedimento, non a caso, indica che le «agenzie hanno facoltà di istituire ulteriori posizioni di livello non dirigenziale, in numero comunque non superiore a quello delle posizioni dirigenziali soppresse». Tutto ciò fermo restando l’obbligo di centrare risparmi pari almeno al 10%. 
Un altro decreto attuativo rende stabile l’alleggerimento delle sanzioni amministrative per chi si mette in regola con il Fisco. Nella precedente versione del decreto la riduzione delle sanzioni era limitata a un periodo di due anni. Alcune novità riguardano anche Equitalia e la riscossione. L’intento è quello di ridefinire i meccanismi di finanziamento della concessionaria pubblica. In nome della trasparenza l’aggio per chi paga subito una cartella è destinato a scendere dal 4,65% all’1%, per chi sceglie di pagare dopo 60 giorni la commissione trattenuta da Equitalia passa dall’8% al 6%. Tra le indicazioni che il Parlamento ha fornito sui cinque schemi di decreti di attuazione si segnala la possibilità di accumulare piccoli ritardi (7 giorni) nel pagamento delle rate, oltre che la facoltà di richiedere sia un nuovo piano di rateizzazione sia, in caso di difficoltà, la sospensione dei pagamenti entro 60 giorni. Introdotta, infine, ma solo per le imprese, la trasmissione della notifica via web delle cartelle esattoriali. Nel calendario del governo l’intero pacchetto di misure dovrebbe essere approvato entro la fine di settembre, un termine che tiene conto delle raccomandazioni della Ue. Oggi intanto l’esecutivo fissa l’ultimo tassello del Jobs act. Il Consiglio dei ministri deve approvare gli ultimi quattro decreti attuativi della riforma del lavoro. Un provvedimento che il premier Matteo Renzi ha rivendicato come un pilastro dell’azione del governo agli occhi di Bruxelles. Blindandone, non a caso, l’impianto delle nuove regole sui contratti a tutela crescenti e sui licenziamenti. Una cifra confermata nelle ultime ore, quando si è trattato di disciplinare i controlli a distanza sui lavoratori.
Il decreto caldeggiato dal governo introduce l’utilizzo anche ai fini disciplinari delle immagini e delle riprese ottenute tramite i sistemi di video sorveglianza nei posti di lavoro. Il parere, non vincolante, della commissione Lavoro è sempre stato, invece, quello di prevedere l’uso delle immagini «esclusivamente» ai fini della sicurezza e della salvaguardia degli impianti. Il timore dei sindacati è di riscontrare abusi e metodi invasivi nei confronti dei lavoratori. Tanto che sui controlli a distanza si è generato uno scontro analogo a quello per il superamento dell’articolo 18. All’epoca Renzi non ha avuto dubbi. Anche questa volta, a dispetto delle parole del ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che parla di «piccoli ritocchi» la soluzione è aderente ai desiderata del governo. Le modifiche accordate dovrebbero, infatti, limitarsi a definire il principio che gli impianti di videosorveglianza non possono essere installati solo per il controllo dei lavoratori. Nel testo è previsto che le aziende possano controllare pc, tablet e telefonini dei dipendenti. Ieri Poletti ha detto che per il contratto a tutele crescenti ci dovrebbe essere un «impianto unico» tra privato e pubblico. Per poi precisare che non si riferiva alla cancellazione dell’articolo 18 per gli statali.

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