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Oggi manovra e Def ma all’appello mancano 600 milioni

È corsa contro il tempo e caccia alle risorse per la manovrina di Pasqua chiesta da Bruxelles il 17 gennaio scorso per un valore di 3,4 miliardi. La quadra ancora non c’è, nonostante l’impegno durante il weekend dei tecnici di Tesoro e Palazzo Chigi: dopo benzina e Coca Cola, arriva lo stop anche alla ipotizzata tassa sulle sorgenti di acqua minerale.
Se alcuni addendi sembrano ormai acquisiti, sul fronte tasse la partita è dunque ancora aperta. Sappiamo che poco più di un miliardo arriverà dalla lotta all’evasione dell’Iva attraverso l’estensione dello split payment (lo Stato trattiene l’Iva dai suoi fornitori) e che circa 200 milioni dovrebbero arrivare da una rottamazione delle liti tributarie (si sana pagando la richiesta originaria da parte dell’amministrazione fiscale). Sembra ormai scontato che il dossier tagli (per circa 800 milioni) si concluderà con il blocco di fondi ancora non attivati e tagli ai ministeri. Il nodo ancora da sciogliere resta tuttavia quello delle tasse sul quale pesa il veto del Pd e di Matteo Renzi che non vogliono aumenti: per ora si è riusciti ad inserire nel menù un rincaro di imposte sui giochi (500 milioni) e sul tabacco (200 milioni). Ma il convoglio si è fermato lì: dopo il no alla benzina, nel weekend è stata esplicitata l’opposizione da parte di Maurizio Martina alla tassa sulla Coca Cola e alle bevande con alto contenuto di zucchero (nocive per diabete e obesità) e ieri, in prossimità del traguardo, sembra uscita dalle ipotesi anche una tassa sulle concessioni per le acque minerali (su un fatturato di 4 miliardi pesano ora solo 19 milioni). In sostanza all’appello mancano ancora circa 600 milioni: nella notte gli ultimi ritocchi e oggi al Consiglio di ministri si tenterà di varare Def e Pnr (il piano riforme) e manovra-bis, anche se non si esclude uno slittamento della correzione a mercoledì o giovedì.
Intanto il provvedimento somiglia sempre di più ad un decretone: nel testo anche terremoto, Ape social, turn over enti locali e misure antiscorrerie. «Un mostro di provvedimento», si è lasciata scappare ieri la direttrice del Mef, Fabrizia Lapecorella.
Molto più vicino al traguardo il Def, il Documento di economia e finanza, la cornice economica e dei conti pubblici per il 2018. Attesa per la stima di crescita del Pil che il governo inserirà nelle tabelle: per quest’anno sarà l’1 per cento, come nelle previsioni dell’autunno scorso anche perché la manovrina frenerà di circa uno 0,1 la crescita. Il rapporto deficit-Pil scenderà, proprio grazie all’intervento correttivo, dal 2,3 previsto al 2,1 per cento. Cruciali le stime del prossimo anno: la crescita potrebbe scendere all’1 per cento (nell’autunno scorso il governo stimava 1,2 ma la Commissione Ue è posizionata ad 1,1 per cento e l’Fmi ha rivisto al ribasso il Pil allo 0,8 per cento). Gli occhi sono naturalmente puntati anche sul rapporto deficit-Pil che l’Italia sceglierà di fissare per il prossimo anno: probabilmente si resterà all’1,2 per cento delle vecchie stime, una cifra difficile da raggiungere perché sconta anche un aumento dell’Iva (o tagli corrispondenti) per 19,5 miliardi. È possibile che Bruxelles ci consentirà di salire verso l’1,8-2 per cento, ma il governo attenderà l’autunno e l’esito della procedura d’infrazione sul debito, prima di aprire nuovi fronti.
Attesa anche per il Pnr (Il Programma nazionale di riforma). Nodo del contendere il nuovo catasto, che potrebbe essere solo accennato, mentre restano le privatizzazioni (ma per ora senza indicazioni specifiche a Poste e Fs). Conclude il quadro l’intervento sulle 444 tax expenditures (le agevolazioni fiscali).

Roberto Petrini

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