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Oggi l’assegnazione delle azioni al Mef

La storia non si ripete, ma a volte propone ricorrenze curiose. A vent’anni dalla sua uscita, per esempio, lo Stato torna a essere da oggi azionista di Banca Mps. E un azionista di tutto rispetto, con il 4% del capitale, frutto della conversione in titoli dei 240 milioni d’interesse maturato per il 2014 sui Monti bond emessi da Siena nel 2013 (e sottoscritti dal ministero dell’Economia e delle Finanze), la cui ultima tranche (1,071 miliardi) è stata rimborsata a metà giugno. Il gruppo di Rocca Salimbeni chiude definitivamente la propria esposizione finanziaria nei confronti dello Stato, che diventa a tutti gli effetti il singolo socio di maggior peso (un “aiuto” pubblico costato circa 600 milioni in poco più di due anni). 
Questa volta, però, lo Stato-azionista non dovrebbe avere ruoli in commedia come accadeva prima della nascita della Fondazione Mps, cioè prima del 1995, quando l’indicazione dei vertici del Monte istituto di diritto pubblico spettava al Tesoro. Questa volta la partecipazione avrà puro valore finanziario e nessun contenuto strategico. In attesa del momento migliore per essere liquidata. Il gioco è tutto in mano ai soci privati: i pattisti Fondazione-Fintech-Btg Pactual, che riuniscono il 5,5% del capitale post-aumento; Axa con il 3,7%; la Millennium di Alessandro Falciai con l’1,7% e ben quattro posti in consiglio d’amministrazione (su quattordici, con sette espressi dal patto). Sono questi gli attori principali che già nei prossimi giorni saranno chiamati a prendere decisioni importanti.
Il primo appuntamento riguarda la sostituzione del presidente Alessandro Profumo, che lascerà l’incarico con l’approvazione dei conti semestrali, in programma il 6 di agosto. Profumo lascia un gruppo avviato sulla strada del risanamento (nel primo trimestre dell’anno c’è stato il ritorno all’utile per 72,6 milioni) ma ancora alle prese con alcuni passaggi cruciali, a cominciare dall’individuazione di un partner con cui accasarsi, come esplicitamente richiesto dalla Banca centrale europea. Il Monte, guidato dall’amministratore delegato Fabrizio Viola, deve comunicare a Francoforte entro il 26 di luglio la sostanza del piano intrapreso in vista dell’aggregazione, argomento che probabilmente sarà già affrontato nel consiglio d’amministrazione in programma venerdì a Rocca Salimbeni.
Se la scelta di un nuovo presidente non richiederà troppo tempo (il nome più gettonato in questo momento è quello di Massimo Tononi, presidente di Borsa spa), l’individuazione di un alleato con cui aggregarsi, operazione per la quale Siena è affiancata dagli advisor Ubs e Citi, difficilmente si concretizzerà prima della fine dell’anno. Questa è indubbiamente la partita più difficile per Siena, che non ha più il controllo della “sua” banca e teme anche un allentamento del legame con il territorio. L’ipotesi più credibile resta comunque quella di un partner estero. Prospettiva che in questo momento sembre dare maggio€ri garanzie di mantenere la testa del Monte nella città del Palio. Ma sono lontani i tempi in cui Mps era totalmente in mano pubblica. Così lontani che neppure quel 4% in portafoglio al Tesoro può rievocarli. Al di là della suggestione e del ricorso storico.

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