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Oggi il decreto banche ma Renzi rimette mano ai parametri dei rimborsi

ROMA.
Ancora nebbia fitta attorno al decreto rimborsi, atteso questo pomeriggio in Consiglio dei ministri, dopo cinque mesi di annunci e rinvii. Il criterio del doppio binario ristoro automatico per chi ha comprato obbligazioni subordinate delle quattro banche fallite precedentemente al primo agosto 2013 e arbitrato per chi lo ha fatto dopo sembra vacillare. L’obiezione più importante è arrivata dallo stesso presidente del Consiglio, pare insoddisfatto all’idea che lo spartiacque del 2013 possa in realtà accontentare solo pochi risparmiatori (e aprire una stagione di ricorsi e proteste). In base ai primi calcoli, circa 8 mila sui 10.559 obbligazionisti avrebbero acquistato bond prima di quella data, prima cioè che scattasse la regola europea del
burden sharing,
la condivisione del rischio da parte di azionisti e investitori in caso di crisi bancaria. In termini di capitale, parliamo di 228 milioni di euro sui 329 totali di obbligazioni subordinate diventate carta straccia con il decreto del 22 novembre 2015, il cosiddetto Salva-Banche, quello che ha sancito il fallimento di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti.
Il punto è che l’automatismo del rimborso sarebbe attenuato dal rispetto di alcuni paletti da fissare nel decreto legge e relativi al reddito (misurato con l’Isee) e al patrimonio investito nei bond oppure totale. Se troppo stringenti, escluderebbero i più. E così il premier Renzi, dopo aver visto le prime simulazioni, avrebbe chiesto ai tecnici del ministero dell’Economia di esplorare strade diverse.
Se ad esempio il tetto del capitale investito in obbligazioni subordinate fosse posto a 100 mila euro, l’80% degli investitori rivedrebbe i propri soldi, dunque gli 8 mila sui 10.559. Ma c’è un’altra ipotesi che in queste ore prende corpo. Quella di eliminare del tutto l’arbitrato di Cantone e il principio del “caso per caso”, mirato a dimostrare la non adeguata informazione delle banche nei confronti degli investitori. E di rimborsare tutti o quasi.
Come? Usando la plusvalenza dalla vendita delle quattro banche che ad oggi valgono 1,5 miliardi (dato emerso ieri dal bilancio del fondo di risoluzione). Un canale di confronto sarebbe aperto con Bankitalia per definire i contorni dell’operazione. D’altro canto il fondo di solidarietà da 100 milioni predisposto dalla legge di Stabilità per i ristori è insufficiente. E ci sarebbero resistenze da parte delle altre banche a triplicarlo, come vuole Palazzo Chigi.
L’Europa poi non potrebbe opporsi, è il ragionamento. Perché la stessa direttiva Brrd (quella sul bail in e la condivisione delle perdite) prevede un uso simile delle plusvalenze. Possibilità non inserita però nei due decreti legislativi con cui l’Italia ha recepito la direttiva, datati 16 novembre 2015. Ore frenetiche dunque per cercare la quadra finale. Il primo nodo da sciogliere è proprio con Bruxelles per ottenere formalmente la proroga a settembre della vendita delle quattro banche (la scadenza è il 30 aprile). E poi sperare di incassare più di un miliardo e mezzo.
Valentina Conte
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